NUNZIO MORELLO
Palermo, 1806 - 1874
The Good Samaritan

Gilt terracotta

34 x 33 x 27 cm
Signed and dated: N. Morello Fece/ Roma 1840
provenance:
Marquis Nicola Santangelo, Naples



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Il gruppo in terracotta rappresenta il momento in cui il buon samaritano presta soccorso all’uomo aggredito dai briganti mentre scendeva da Gerusalemme a Gerico nella parabola di Gesù, narrata nel Vangelo secondo Luca,10, 25-37. Spogliato e mezzo morto, fu visto da un sacerdote che passò dall’atra parte, lo stesso fece un levita. Mentre il samaritano ne ebbe compassione, gli si avvicinò, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò in una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede al locandiere, dicendo: «Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno». Con uno spiccato senso della narrazione lo scultore raffigura il samaritano che, in un atto di pietà, inginocchiato sul terreno roccioso, sorregge il corpo esanime del giovane, a fianco un vasetto per gli unguenti per curare le ferite riportate dall’aggredito. Modellata a tuttotondo con grande finitezza e cura, la scultura si presenta come opera autonoma e non come un bozzetto. La doratura coeva che si presenta con due diverse sfumature di colore, più rossastra sul terreno roccioso, più gialla e accesa nelle due figure, fa pensare che il gruppo fosse concepito ad imitazione di un bronzo dorato.

 

 

Nunzio Morello fu allievo dello scultore Federico Siracusa, apprezzato da Agostino Gallo per incarico del quale scolpì in un ovale in marmo un bassorilievo col Ritratto del marchese Gioacchino Giuseppe Haus, che venne collocato nella chiesa di San Francesco di Paola a Palermo. Dopo aver frequentato la scuola di Valerio Villareale, divenne seguace di Canova. Pur essendo stato educato al Neoclassicismo, tuttavia non fu insensibile al vento del Romanticismo. Dopo aver scolpito, nel 1834 un busto di Ferdinando II di Borbone per il Lazzaretto a Palermo (contrada Acquasanta), nella Prima Solenne Esposizione di Belle Arti, tenutasi a Palermo il 30 maggio 1838, fu premiato con 2 medaglie d’oro per il Paride sedente, statua in marmo collocata all’Orto Botanico di Palermo. Premiato dal Decurionato con 4 anni di borsa di studio, frequentò dal 18389 al 1842 i corsi della prestigiosa Accademia di San Luca in Roma.

Rientrato a Palermo, nell’ottobre 1847 fu nominato Professore Onorario di Scultura nell’Università di Palermo e successivamente titolare di Cattedra del nudo, ricoperta in precedenza da Valerio Villareale. Nel 1849, realizzò un mezzo busto in marmo raffigurante il Presidente del Regno di Sicilia Ruggero Settimo. Per incarico del Decurionato di Palermo scolpì una statua colossale in marmo del Re Filippo V di Spagna collocata sul piedistallo che aveva ospitato quello di Filippo IV il 31 luglio 1856.

Nel 1860 scolpì una grande statua di marmo di Francesco I di Borbone che venne collocata a Messina. L’ultima sua opera, la Selvaggia indiana, donata dagli eredi alla Società Siciliana per la Storia Patria di Palermo, andò distrutta durante un bombardamento aereo del 1943. Tra i numerosi discepoli emersero Benedetto Civiletti, Ettore Ximenes, Domenico Trentacoste.

 

Il marchese Nicola Santangelo fu Ministro dell’Interno del Regno delle Due Sicilie dal 1831 al 1847. Ricchissimo e potente, dotato di un grande gusto per le belle arti, consigliò anche il re, Ferdinando II, per l’acquisto di capolavori che ancora oggi sono nelle raccolte pubbliche di Napoli. Due cose ancora oggi ricordano il nome del marchese Santangelo: le collezione archeologiche della famiglia che suo fratello cedette al Museo Nazionale e il Congresso Scientifico degli Italiani da lui indetto nel 1845. Per tale occasione venne data alle stampe una delle migliori guide della città, Napoli e i luoghi cerebri delle sue vicinanze, dove si parla anche del Palazzo Santangelo e delle sue collezioni: l’edificio era appartenuto nel Quattrocento a Diomede Carafa, Conte di Maddaloni, e aveva custodito l’opera d’arte più famosa della città, una testa di cavallo in bronzo venerata persino da Goethe, oggi nel Museo Archeologico.