ANDREA APPIANI
1817 -
Paride e la ninfa Enone

olio su tavola

cm 108 x 82
Siglato a lettere incise sul retro della tavola, in basso a destra: "A.a A.i"
1780 ca.



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Questo notevole dipinto, da inserire nella ancora poco nota produzione giovanile di Andrea Appiani, rappresenta un’acquisizione importante al catalogo del grande protagonista del Neoclassicismo. Mostrando, in una fase dove prevalevano la commissioni di carattere sacro come gli affreschi per la chiesa parrocchiale di Caglio documentati al 1776-1777, la bellissima Natività per la collegiata di Santa Maria nascente ad Arona del 1781-1782 e gli affreschi con le storie bibliche di Giacobbe e Rachele, Giuditta e Oloferne, Ester e Assuero datati 1785 nella chiesa di Rancate in Brianza, la naturale e più congeniale predisposizione per i temi mitologici, che diverranno dominanti nel suo repertorio maturo, Appiani si cimentava con un mito, quello di Paride ed Enone che, pensando, tra gli altri, al Tiziano di Vienna, al Lorrain del Louvre, e poi a F. van Mieris (Londra, Wallace Collection), al Vanloo di Dresda, vantavano una tradizione illustre.

    Probabilmente la fonte di ispirazione, più che Apollodoro, devono essere state le Eroidi (5, 12 sgg.) di Ovidio, testo prediletto in età neoclassica soprattutto in ambito milanese anche per i suggerimenti di Parini che sappiamo molto legato ad Appiani. Paride, anche dopo il suo riconoscimento come figlio del re Priamo, ritornava spesso dai pastori sul monte Ida dove era stato allevato e in quel luogo continuava a pascolare le greggi. Qui avvenne il suo matrimonio con la ninfa Enone la quale, avendo il dono di predire il futuro, gli vaticinò la sciagure che, dopo il rapimento e l’unione con Elena, avrebbe provocato. Ambientando la scena sulle pendici del mitico monte, Appiani ha rappresentato Paride in riposo, con ai piedi il tradizionale berretto frigio e il cane, mentre con la destra trattiene il bastone da pastore. Enone, raffigurata vestita in contrasto con il bellissimo nudo del consorte, appare ritratta in un’aria malinconica con la destra sollevata in un gesto drammatico, com ad indicare a Paride, che ha un’espressione incredula, il tragico destino. Sappiamo infatti cha la sua profezia non venne ascoltata.

    Appiani si rivela dunque un interprete raffinato del mito ai cui personaggi, spesso diventati convenzionali, riesce a dare, come poi confermerà nelle opere successive ed in particolare nelle Storie di Psiche nella Rotonda della Villa Reale di Monza, una moderna valenza psicologica. Rispetto alla produzione di carattere sacro di quegli anni, cui la nostra tavola si avvicina, abbiamo una ritrovata sicurezza dovuta alla maggiore congenialità del tema e all’opportunità di cimentarsi nel nudo che, volutamente fermato in una elegante posa accademica, appare reso con una padronanza ed una maestria davvero straordinarie da divenire, al di là delle valenze morali del soggetto mitologico, il vero motivo del quadro.

    Mentre lo sfondo, tenuto volutamente sommario per dare maggior risalto alle figure e al nudo levigatissimo dell’eroe troiano, anticipa quello delle opere successive come le quattro sovraporte ovali di Casa Melzi (Milano, Pinacoteca di Brera). Sorprende poi la stretta sintonia di alcuna soluzioni, dallo stesso nudo simile a quello di Marte nella scena rappresentante Gli svaghi di Marte e Venere, al cane accovacciato che sembra proprio lo stesso presente nella Morte di Adone. 

    Per quanto riguarda la qualità, già molto alta ma come più rigida rispetto alla vaporosità correggesca degli anni maturi, del disegno (per cui ebbe in quegli anni il soprannome affettuoso di “seccone”) appare molto vicina, sia per quanto riguarda il nudo che, soprattutto, il panneggio a quella dei disegni (conservati nel magnifico Fondo Vallardi dell’Accademia di Brera) per la Natività di Arona, per i citati affreschi di Rancate e per la Cena in Emaus di collezione privata a Milano.

    Mentre, infine, il pensoso profilo di Paride appare quasi identico a quello della figura all’antica seduta presente in uno dei pannelli, eseguiti in collaborazione con Giuseppe Levati, per la III-a Sala degli Arazzi in Palazzo Reale a Milano, e di cui si conserva un bellissimo foglio preparatorio presso l’Istituto Nazionale per la Grafica a Roma (A. Canevari, G. Fusconi, Andrea Appiani e Roma e nuove acquisizioni per il catalogo dei disegni dall’Istituto Nazionale per la Grafica, in “Bollettino d’Arte”, LXXXVIII, 125-126, luglio-dicembre 2003, p.66).

Prof. Fernando Mazzocca