GIUSEPPE MAZZUOLI
Volterra, 1644 - Rome, 1725
The Deposition of Christ with a mourning angel and cherub

terracotta

36,5 x 46,5 cm
signed: IOSEPH.MAZ.S.F.D.



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Il bassorilievo rettangolare raffigura Cristo che, sostenuto alla nuca dalla mano destra di un angelo il cui braccio sinistro appoggia sul sepolcro aperto e con lo sguardo dolente si rivolge verso il cielo, è deposto al suolo nel sudario; un cherubino chino a baciargli la mano, sullo sfondo un paesaggio boschivo. In basso a sinistra, incisa la firma: IOSEPH.MAZ.S.F.D.
La medesima composizione si ritrova nei rilievi in terracotta della collezione Chigi Saracini (cm 37,5 x 47,3) a Siena, del Seattle Art Museum (cm 36,83 x 46,04) e del Maximiliansmuseum Staadtische Sammlungen ad Augusta e nel rilievo in marmo a Palazzo Sansedoni a Siena. Tutte le opere summenzionate sono attribuite a Bartolomeo Mazzuoli (Siena, 1674 - 1748), nipote di Giuseppe, il quale avrebbe eseguito le diverse repliche della Deposizione da un modello dello zio, l’esistenza del quale è nota attraverso l’inventario dei bozzetti e dei modelli del nipote e allievo di Bartolomeo, Giuseppe Maria Mazzuoli (Siena, 1727 - 1781), resi noti da Monica Butzek: “un basso rilievo in creta rappresentante la Pietà, originale del detto Giuseppe”. Il tema della Pietà fu molto praticato nella produzione artistica di Giuseppe Mazzuoli e della sua bottega, a partire dalla fortuna che ebbe il marmo col Cristo deposto dell’antependio dell’altare maggiore di Santa Maria della Scala a Siena di Giuseppe, del quale verrà esposto avanti; infatti anche nelle terrecotte della bottega esistono diverse varianti del medesimo soggetto. Il marmo di palazzo Sansedoni di Bartolomeo deriva da un modello di Giuseppe, e delle terrecotte sinora conosciute nessuna è firmata, tranne quella esaminata in questa sede. Il Mazzuoli stesso lavorò per la cappella del Beato Ambrogio Sansedoni nell’omonimo palazzo al rilievo in marmo dell’altare raffigurante la Visione del Beato Ambrogio Sansedoni e ai busti con i ritratti di Giovanni e Urania Sansedoni nel 1694. Sul retro del rilievo è incollato una cartiglio del secolo scorso, dove è annotata un’attribuzione sbagliata: la firma, infatti, viene lì erroneamente interpretata come quella di Giuseppe Mazza, scultore bolognese del Settecento. Giuseppe Mazzuoli, com’era d’uso all’epoca, raramente firmava le proprie opere, ne citiamo alcune al fine di fare il confronto con la firma della terracotta: la statua di Pio II nel Duomo di Siena è firmata - “Joseph Mazzoli sen f 1692”, dove sen sta per senese, il gruppo marmoreo raffigurante La Carità nella Cappella del Monte di Pietà a Roma - “Joseph Maz f età 79” e il gruppo dell’Ermitage a San Pietroburgo, raffigurante Adone morso dal Cinghiale è firmato e datato (1709). L’unica parte della firma di difficile interpretazione, che non si ritrova nelle opere firmate dello scultore, è la lettera d, che potrebbe essere letta come delineavit e, dunque le lettere s f d andrebbero lette: sculpsit fecit delineavit - scolpì fece delineò quasi a ribadire la paternità della composizione che verrà ripresa dal nipote in altre repliche in terracotta e nel marmo, oppure, si potrebbe ipotizzare, come suggerisce Andrea Bacchi, che f - d stiano per filius dionysii.
Giuseppe Mazzuoli nacque a Volterra il 1° gennaio del 1644 in una famiglia di artisti: il padre Dionisio era architetto, il fratello Giovanni Antonio scultore. Dopo un breve apprendistato a Siena presso il fratello, Giuseppe si recò a Roma, dove, grazie ad un “monsignore” della famiglia de’ Vecchi entrò in una delle più importanti botteghe dell’epoca, quella di Ercole Ferrata, il quale “aveva in Toscana non piccola rinomanza di grande scultore” per essere stato collaboratore sia del Bernini che dell’Algardi. Questo “monsignor de’ Vecchi” ricordato dal Pascoli è sempre stato identificato con Fabio, vescovo di Montalcino, che sarà grande protettore di Giuseppe negli anni a venire. Tuttavia è anche possibile che il “monsignore” in questione sia Alessandro de’ Vecchi, decano concistoriale: infatti in una lettera inviata il 5 febbraio del 1684 al fratello Giovanni Antonio, inerente la realizzazione di un grande monumento funebre in onore di Carlo ed Alessandro de’ Vecchi voluto dal vescovo Fabio, Giuseppe Mazzuoli esprime la propria devozione per la famiglia senese ed in particolare per la memoria di Alessandro suo “padrone”.
Il Ferrata affidò il nuovo allievo ad un esperto scultore, Melchiorre Cafà, “acciò gli avesse di continuo gli occhi addosso, e lo facesse continuamente applicare”. Il Mazzuoli dovette dunque giungere a Roma prima del 1667, anno in cui morì il Cafà, ma il primo documento relativo alla sua presenza nella città risale solo al 1669, allorché scolpisce una statua per il portico di San Pietro. L’assenza di un’indicazione precisa sull’identità del santo da lui scolpito ha indotto la critica a qualche dissonanza di parere. Vale però ricordare le argomentazioni di Monica Butzek, che ritiene il Mazzuoli autore di San Remigio Vescovo. La studiosa ha infatti connesso alla figura in travertino del Santo il modello in terracotta, purtroppo mutilo, oggi conservato presso la Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Siena, ed un foglio con tre abbozzi a penna per la figura dello stesso santo, conservato presso la Biblioteca Comunale di Siena.
Questo incarico nel cantiere di San Pietro implica che il Mazzuoli fosse già entrato in contatto col Bernini, per il quale peraltro lavorerà ancora: dapprima nel 1672 al Ciborio, fornendo modelli in creta per La Fede e La Religione e quindi, tra il 1673 e il 1675 al “deposito” di Alessandro VII scolpendo La Carità. Il modello per quest’ultima statua, conservato presso la Pinacoteca Nazionale di Siena, è in realtà autografo del Bernini, mentre la figura in grande fu interamente affidata alle cure del Mazzuoli che, in virtù di questa esemplare prestazione, poté debuttare nell’agone dell’arte romana e divenire presto il grande favorito di Flavio Chigi. La statua del Mazzuoli, nel modellato delle floride forme femminili, nei capelli lunghi e sciolti sul collo, nello sguardo rivolto verso l’alto, discende dalla Maddalena berniniana per la cappella Chigi del Duomo di Siena e resta forse la figura più superba dell’intero monumento. Anche nella resa della massa del bambino addormentato, capace di sbilanciare con il suo peso il corpo della donna, il Mazzuoli non tradisce l’impeto della grande idea berniniana.
Nel frattempo il Mazzuoli, nella sua bottega romana di via di Ripetta, comincia a lavorare anche per Siena, città con la quale manterrà un rapporto costante lungo tutto l’arco della sua attività, recandovisi regolarmente e soprattutto inviandovi il nucleo più consistente della sua produzione. Su commissione della famiglia Chigi realizza, intorno al 1670, il paliotto dell’altare maggiore di Santa Maria della Scala con l’altorilievo marmoreo per il Cristo morto su fondo di alabastro venato, utilizzato come antependio e con quattro Angeli portacandelabro scolpiti in collaborazione col fratello Giovanni Antonio, posti ai lati del Cristo del Vecchietta. Questo marmo riflette una concezione del tema sacro pienamente integrata nell’oratoria dell’ambiente romano e in particolare nello stile del Ferrata, quindi preservando la bellezza ideale basata sulla correttezza del disegno.
Nello stesso periodo il Mazzuoli lavora anche per la famiglia de’ Vecchi, per la quale scolpisce, intorno 1670, i Monumenti di Pietro e Giulia de’ Vecchi nella chiesa di San Vigilio a Siena. Questi due busti “in adorazione eterna” riflettono in modo palese il linguaggio espresso dal Bernini e dal Ferrata nel corso del settimo decennio del Seicento. Nel 1678 il Mazzuoli porta a termine, su incarico di Alessandro de’ Vecchi, l’Immacolata Concezione per la chiesa di San Martino, sempre a Siena; in questo marmo l’influenza della moderna statuaria romana è meno evidente, mentre l’artista sembra voler filtrare la lezione dei suoi maestri romani attraverso la plastica della tradizione toscana, che si rivela nel panneggio svolto in pieghe morbide e raccolte.
Nel 1684 lo scultore viene incaricato di realizzare la statua di San Tommaso da Villanova per l’altare che fronteggia quello con l’Immacolata. Iconograficamente queste due statue rappresentavano un omaggio esplicito offerto dal vescovo Fabio de’ Vecchi alla memoria del papa Chigi, che a suo tempo aveva confermato solennemente il culto dell’Immacolata e canonizzato il beato agostiniano Tommaso di Villanova. La carriera ecclesiastica di Fabio de’ Vecchi era stata ottenuta grazie alla protezione accordata alla famiglia prima da Alessandro VII e poi dal cardinale Flavio Chigi.
Nel 1679 comincia a lavorare a Roma agli Apostoli destinati a sostituire nella Cattedrale di Siena la serie di statue trecentesche. Com’è noto, le statue furono rimosse nel 1890 dalla loro collocazione originaria per essere vendute, ed oggi si trovano al Brompton Oratory di Londra. Per due delle statue del Mazzuoli, il Salvatore e la Vergine, la vendita ne causò la distruzione o almeno il totale oblio: da allora in poi le opere risultano irreperibili. Le varie fasi dell’esecuzione impegnarono il Mazzuoli sia a Roma, dove scolpiva le statue, che a Siena, dove sottoponeva i modelli ai diversi finanziatori e sovrintendeva alla messa in opera, affiancato dal fratello Giovanni Antonio e dalla bottega di costui. In relazione a tale impresa si conoscono vari bozzetti: quelli della collezione Chigi – San Paolo, San Bartolomeo, San Matteo e San Filippo -, il San Paolo del Museo dell’Opera del Duomo di Orvieto, il San Filippo e il San Matteo dell’Ashmolean Museum di Oxford, il San Simone nel City Museum and Art Gallery di Birmingham e il San Bartolomeo di collezione privata pubblicato da Monica Butzek. Le statue del Mazzuoli, commissionate dall’Opera del Duomo e supportate della “benignissime espressioni del Signor Cardinale Chigi”, erano mirate verso un progressivo adeguamento della cattedrale al gusto artistico più avanzato del tempo, cioè al barocco romano. Nessun artista poteva meglio del Mazzuoli, originario di Siena, ma formatosi nelle più moderne botteghe di Roma, realizzare perfettamente questo progetto. Inoltre la sua famiglia aveva già da diversi anni stretti rapporti di lavoro con l’Opera del Duomo. Il padre Dionisio aveva occupato fino alla morte (1669) l’ufficio di capomastro del Duomo e di fattore dell’Opera, seguito in queste cariche dal figlio Francesco, fratello maggiore di Giuseppe. Anche agli altri figli di Dionisio, gli scalpellini Giovanni Antonio ed Agostino, l’Opera dette quasi ininterrotto impiego nel rinnovamento barocco degli altari. Il 2 maggio 1680 l’Opera concluse il contratto per la prima statua, quella di San Pietro. Ma non Giuseppe Mazzuoli ne fu parte contraente, bensì i suoi fratelli Francesco, Giovanni Antonio ed Agostino, i quali si impegnarono a far scolpire a Giuseppe la statua al prezzo di trecento scudi. Da questa circostanza appare chiaro quanto fossero stretti i legami tra i fratelli Mazzuoli, che si presentano a noi quasi come un’unica ditta famigliare. La statua di San Pietro, insieme con quella di Sant’Andrea, fu inviata a Siena nel 1681. I due Apostoli sono raffigurati completamente assorti in un dialogo celeste e segnalano con questo atteggiamento la loro devota rassegnazione al martirio, seguendo una formula espressiva cara al barocco italiano. Come esempi eminenti il Mazzuoli avrebbe potuto avere in mente la Santa Bibiana del Bernini e il Sant’Andrea di François Duquesnoy in San Pietro. In questo contesto bisogna anche ricordare il vasto ciclo delle statue berniniane del Colonnato di San Pietro, in quanto rappresentava il più vasto campionario di formule compositive ed espressive per una statua isolata di Santo. I lavori proseguirono per diversi anni nella bottega romana del Mazzuoli, che aveva probabilmente a disposizione diversi aiutanti, ai quali affidava gran parte dell’esecuzione, riservando al proprio scalpello soltanto i lavori più delicati. Con il San Paolo, Giuseppe Mazzuoli riuscì a creare una delle migliori statue del ciclo. La testa severa deve molto nei dettagli morfologici al busto marmoreo di San Paolo dell’Algardi, coincidenza questa che non meraviglia considerando la formazione del Mazzuoli nella bottega del Ferrata. Valutando tutta la serie degli Apostoli, si può notare tra di esse una notevole disuguaglianza, che rende impossibile evidenziare uno sviluppo coerente dell’artista in questo decennio 1679-1689. Dobbiamo però constatare che il Mazzuoli, cresciuto in una generazione di giovani scultori che, dominati da personalità eminenti come il Bernini e l’Algardi, avevano dovuto imparare ad avvicinarsi ai grandi esempi, aveva a disposizione più di una maniera per esprimersi.
Nel 1680 il Mazzuoli, eletto l’anno precedente Accademico di San Luca, ottiene una prestigiosa commissione a Roma: fra il 1678 e il 1680 scolpisce il San Giovanni Battista (per cui esiste un bozzetto nella collezione Chigi) ed il San Giovanni Evangelista per l’altare maggiore della chiesa di Gesù e Maria su commissione della famiglia Bolognetti, che aveva fatto costruire nel 1678 nella chiesa di Carlo Rainaldi una cappella privata. La chiesa divenne ben presto il tempio forse più significativo del tardo barocco romano, l’esempio di come la scultura andasse evolvendosi, ormai libera dalla presenza fino ad allora imperante del Bernini, il quale si era spento nel 1680. La schiera cosmopolita degli allievi del Ferrata, quella corrente di scultori di cui parlano il Pascoli e il Baldinucci, usciva allora allo scoperto, come emancipata dall’egemonia dei grandi maestri, e creava uno stile in parte nuovo che, senza rinnegare la lezione del Bernini, si alleggeriva in un linguaggio elegante e dolce. La lezione berniniana è ancora viva tuttavia nel “composto” di pittura e scultura: l’armonica fusione tra i murali di Giacinto Brandi nella volta del presbiterio e gli angeli in stucco, ma anche tra l’Annunciazione sull’altare maggiore e i due Santi di Mazzuoli rimanda agli esiti del tardo Bernini e del Baciccio.
Dal 1682 il Mazzuoli partecipa ad una prestigiosa commissione in San Pietro: collabora infatti con Ercole Ferrata, Leonardo Reti, Filippo Carcani, Lazzaro Morelli e Francesco Aprile al Monumento a Clemente X, voluto dal Cardinal Paluzzo Altieri per celebrare il suo illustre parente spentosi nel 1676. Al Mazzuoli fu affidata la realizzazione della Clemenza, il cui bozzetto in terracotta si trova al Victoria and Albert Museum di Londra. Tutti gli scultori dovettero tuttavia adeguarsi al progetto complessivo di Mattia de’ Rossi, l’allievo più amato del Bernini.
La sua fama raggiunge il culmine nel 1686, quando il cardinale Flavio Chigi lo propone come successore di Ercole Ferrata, morto nel luglio di quell’anno, per il posto di maestro per i giovani scultori che studiavano a quell’Accademia Medicea che Cosimo III aveva fondato a Roma nel 1673 per promuovere le arti nel suo granducato. Il Mazzuoli tuttavia non ebbe mai l’incarico, poiché il Granduca decise di rinunciare completamente all’Accademia, ritenendo che lo scopo per cui essa era nata avesse già sortito i suoi benefici effetti: i “creati” di Ercole Ferrata, come Giovan Battista Foggini e Massimiliano Soldani, avevano infatti già assimilato ampiamente il nuovo stile romano e ne avevano diffuso i modi a Firenze, secondo gli auspici del principe.
Nel corso dell’ultimo ventennio del Seicento gli incarichi più importanti continuano a giungere al Mazzuoli da Siena, sempre dalla famiglia Chigi: fra il 1681 e il 1687 egli scolpisce la gigantesca statua di Cosimo III per il Palazzo Chigi di San Quirico d’Orcia. Come si è detto, nel clima dei rafforzati rapporti d’amicizia e fedeltà tra il cardinal Chigi e Cosimo III, quest’ultimo aveva conferito al Chigi il feudo di San Quirico, nominando lui ed i suoi eredi marchesi della cittadina toscana. Erano ormai lontani gli anni in cui la famiglia Chigi, subito dopo l’elezione di Alessandro VII, aveva suscitato qualche timore presso la corte granducale di Ferdinando II per il rapido accrescersi di una dignità principesca. Pur mantenendo un solido potere presso la corte di Roma, Flavio aveva perduto il prestigio di cardinal nipote, e Cosimo III, grazie al conferimento del feudo, trovava il modo di favorire un membro dell’oligarchia nobiliare senese e, al contempo, un autorevole rappresentante del clero.
Nella grande statua il granduca è immaginato come un condottiero romano, secondo un’interpretazione eroica e marziale della sua figura. Il modello è costituito dal Cesare Capitolino, la statua di età traianea che ebbe notevole fortuna nell’ambiente artistico romano del tardo Seicento. Dal marmo del Campidoglio deriva il busto di Cosimo, stretto nella lorica e con le gambe leggermente divaricate, in atteggiamento baldanzoso. L’idea di vestire principi e uomini di governo con gli abiti dei condottieri romani è largamente diffusa nella tradizione rinascimentale, e acquista maggior fortuna nel corso del Seicento; è in questa fase che viene scolpito, ad esempio, il Carlo Barberini del Palazzo dei Conservatori, a cui lavorano il Bernini e l’Algardi, partendo da un torso antico restaurato. Nonostante il richiamo al modello antico, il Mazzuoli sa imprimere alla statua un’aria acutamente moderna, nel naturalismo che fa trasparire i muscoli in tensione delle gambe e rende i particolari decorativi della corazza sbalzata, come fosse un prezioso oggetto di oreficeria. Se pure idealizzato, il volto di Cosimo III mostra i tratti realistici del ritratto, nella larga fronte, nelle labbra tumide, nel leggero arrotondamento del volto. Probabilmente il Mazzuoli ritrasse Cosimo III proprio nel 1681 nella villa di Cetinale: infatti ai primi di giugno di quell’anno il granduca aveva gratificato il cardinale con una visita alla villa, dove si erano da poco conclusi i lavori dell’architetto Fontana.
Anche per la decorazione scultorea della villa di Cetinale il cardinal Chigi decise di affidare i lavori al suo artista di fiducia, Giuseppe Mazzuoli, che fra il 1677 e il 1687 eseguì, insieme con i fratelli, vari busti all’antica ed una statua di Ercole. Anche a Cetinale Flavio Chigi voleva riproporre la decorazione scultorea all’antica presente nel suo palazzo di città, dandole però una sistemazione scenografica, come la balaustra dello scalone monumentale, i padiglioni del viale d’ingresso, il teatro costruito all’estremità dello stesso viale. La gigantesca statua di Ercole, che emerge dalla vegetazione come un dio silvestre, costituisce una libera variante dei modelli classici. Tipologicamente infatti Ercole in riposo appoggiato alla clava segue l’esempio del capolavoro Farnese, ma tutta d’invenzione qui è la posa di sfida, sottolineata dallo sguardo altero, che sembra fissare dinanzi a sé un avversario immaginario. Gli arti inferiori sono resi su due piani diversi e ne sono evidenziati i muscoli in tensione. Nella decorazione di Cetinale non potevano mancare i busti di Flavio Chigi e di Alessandro VII, oggi andati perduti.
Anche negli anni Novanta il Mazzuoli lavora per la committenza chigiana, portando a termine tra il 1691 e il 1694 il busto di Pio II per il Duomo di Siena, il cui bozzetto in terracotta si conserva al Fitzwilliam Museum di Cambridge. Si tratta di una delle statue del ciclo dei papi senesi voluto da Alessandro VII, al quale avevano già lavorato grandi artisti come il Bernini, il Cafà e il Ferrata.
Negli anni Novanta il Mazzuoli continua ad essere lo scultore più conteso dalle famiglie di Siena: tra il 1695 e il 1700 lavora alla decorazione della cappella del palazzo Sansedoni, compiendo il rilievo con la Visione del beato Ambrogio Sansedoni. Questo marmo segna il passaggio dello scultore senese a forme e modi più composti e delicati rispetto a quelli del periodo precedente, in armonia con i nuovi orientamenti della generazione post-berniniana: una ricerca di sottili effetti luministici e di grazia formale, che lo avvicina al coetaneo e conterraneo Foggini, anch’egli formatosi a Roma nell’ambiente del Ferrata e ora tra gli artisti attivi nella cappella Sansedoni, il cui rilievo con l’Apparizione della Vergine a Sant’Andrea Corsini, scolpito per la chiesa del Carmine a Firenze, costituisce il più diretto precedente della composizione mazzuoliana. A questo periodo risalgono anche i ritratti di Giovanni e Urania Sansedoni. Intorno al 1695 scolpisce due Angeli portacandelabro per l’altar maggiore della chiesa di San Donato, commissionatigli da Fabio de’ Vecchi, in relazione ai quali esistono vari modelletti esaminati complessivamente dal Draper. Secondo il Pascoli, essi furono scolpiti durante il soggiorno a Siena del 1688, deciso dall’artista per portare a termine la statua di Cosimo III destinata a San Quirico d’Orcia, ma sembra invece più opportuno ritenere le opere eseguite tra il 1694, anno in cui è documentato un lungo soggiorno senese di Giuseppe in concomitanza con i lavori della cappella Sansedoni, e il 1695, che è la data incisa sul gradino dell’altare di San Donato per ricordarne la conclusione e il committente. In questi marmi la Butzek nota un metro classico e pacato, mediato dalla cerchia dell’Algardi e del Ferrata, più che da quella del Bernini.
Nel 1700 viene inaugurato l’altare della chiesa di San Martino, dove spettano a Giuseppe soltanto i due Angeli che sorreggono il ciborio, mentre gli altri due Angeli reggicandelabro sono attribuiti al fratello Giovanni Antonio, che li eseguì a partire da bozzetti di Giuseppe (uno dei quali si conserva nella collezione Chigi). L’agile spirale del corpo degli angeli, frantumata dalla moltiplicazione delle pieghe che creano un variare atmosferico di parti in ombra e di altre emergenti alla luce, dimostra un’origine romana dell’idea compositiva, che è basata evidentemente sull’Angelo col titolo scolpito dal Bernini per il Ponte Sant’Angelo fra il 1667 e il 1668, oggi in Sant’Andrea delle Fratte a Roma, e variata col dettaglio squisitamente senese della cornucopia, che sembra ricordare con intenzione gli angeli cerifori di Giovanni di Stefano sull’altare maggiore del Duomo di Siena. Per quanto riguarda la datazione dell’opera, si può pensare al 1697, anno in cui Camillo de’ Vecchi commissionò l’altare maggiore della chiesa, compiuto, come si è detto, nel 1700.
Negli ultimi anni del Seicento il Mazzuoli lavora prevalentemente a Roma: agli anni Novanta risalgono due Angeli reggicornice per la cappella Altieri in Santa Maria in Campitelli a Roma; intorno al 1694 scolpisce la Santa Chiara per la chiesa di San Silvestro in Capite, la cui facciata era stata rinnovata su progetto di Mattia de’ Rossi; nel 1688 realizza il busto di Innocenzo XII per il cardinale Francesco Acquaviva dei duchi di Atri, cardinale del titolo di San Bartolomeo, ed un ritratto del papa Clemente XI per il cardinale pistoiese Agostino Fabroni: tali opere, già ricordate dal Pascoli, si possono identificare nei due busti di pontefici posti ai lati dell’abside della chiesa di Santa Cecilia a Roma. Si può osservare che la tipologia di questo busto, movimentato dalle pieghe della mantellina, e la definizione icastica dei tratti del volto, connotato da un’espressione severa, richiamano episodi di cultura figurativa romana che Giuseppe Mazzuoli aveva conosciuto di persona, come la scultura fortemente caratterizzata dei ritratti berniniani o anche le prove fiorentine di Augusto Cornacchini, la cui statua di Clemente XI, scolpita nel 1710 per il Duomo di Urbino, procurò forse al Mazzuoli un interessante modello di indagine psicologica. A questo periodo dovrebbero risalire anche i due Angeli per il frontespizio del secondo altare a sinistra in Santa Maria della Vittoria, il rilievo con l’Annunziata per la basilica di Loreto, il Monumento a Maffeo Farsetti in Santa Maria Maddalena compiuto, come attesta la lapide, nel 1704.
Intorno al 1700 gli viene commissionato da Fabio de’ Vecchi il Monumento a Carlo ed Alessandro de’ Vecchi, destinato alla chiesa dei Santi Apostoli di Roma, attestato oggi soltanto dal bozzetto in terracotta della collezione de’ Vecchi a Siena. Come si è già accennato, la commissione permetteva a Giuseppe di far conoscere a Roma, per la prima volta, le sue doti di “architetto” , oltreché di statuario ormai provetto. A lui era infatti affidata l’intera struttura del monumento, imposto di diversi elementi e varie figure. Anche nelle commissioni senesi di San Martino Giuseppe si era dimostrato un esperto scultore, ma si era giovato dell’impegno architettonico del fratello Francesco, sperimentato disegnatore di altari e prospetti di cappelle; ora invece egli stesso si cimentava in un campo nuovo: le lettere di questo periodo lasciano trasparire il desiderio di “onore” che spinge Giuseppe ad accettare una commissione peraltro modestamente retribuita.
Nel frattempo, grazie all’appoggio della famiglia Chigi, da un ramo secondario della quale discendeva il Grammaestro dell’Ordine di Malta Marcantonio Zondadari, riceve la commissione del gruppo del Battesimo di Cristo da porre sull’altare maggiore della chiesa di San Giovanni alla Valletta di Malta. Questo complesso era stato iniziato circa quarant’anni prima, nel 1666, dal maestro del Mazzuoli, Melchiorre Cafà, che però morì l’anno successivo per un incidente accorsogli nella fonderia di San Pietro proprio mentre preparava i modelli per questa grande opera. Solo dopo un nuovo concorso il progetto venne realizzato, seguendo in gran parte i progetti dello scultore maltese, da Giuseppe Mazzuoli e dal fratello del Cafà, Lorenzo. Le statue furono collocate nel 1704. Pochi anni più tardi, nel 1721, fu collocata nella cattedrale della Valletta un’altra opera del Mazzuoli, il monumento al Grammaestro Raymundo Perellos.
Al primo decennio del Settecento risalgono anche una statua di Diana giacente, ora al Museo di San Paolo del Brasile, commissionata allo scultore dal Cardinal Barberini e conservata nel palazzo romano fino al 1950, ed una statua raffigurante Adone morso dal cinghiale, eseguita dallo scultore per proprio divertimento e donata nel 1717 al pretendente al trono d’Inghilterra (attualmente si trova al Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo).
Nel 1711 il Mazzuoli finì anche di eseguire la figura di San Filippo da collocare in una delle nicchie della navata maggiore di San Giovanni in Laterano. La statua fa parte della serie dei Dodici Apostoli commissionata nel 1703 a vari artisti dal papa Clemente XI Albani. L’esecuzione dell’opera del Mazzuoli si protrasse così a lungo perché lo scultore senese ebbe qualche controversia circa il prezzo pattuito con il vescovo di Erbipoli, che contribuì alle spese, prezzo che egli reputava inferiore al dovuto. Allo stesso periodo possono essere datati i Sepolcri di Angelo Altieri e di sua moglie Vittoria Parabianchi nella cappella gentilizia Albertoni Altieri in Santa Maria in Campitelli: al Mazzuoli si deve l’esecuzione del busto dei defunti nonché il progetto totale per le figure minori, realizzate poi però da scultori minori della sua bottega, tra i quali si segnalarono Giuseppe Napolini e Giuseppe Raffaelli.
Tipologicamente molto diverse da questi sepolcri sono le Tombe Pallavicini in San Francesco a Ripa, che il Mazzuoli eseguì tra il 1715 e il 1719. I rapporti tra la famiglia Rospigliosi, originaria di Pistoia, e Giuseppe Mazzuoli, si accordano perfettamente con la volontà della famiglia di mantenere vivi anche nella nuova situazione romana i legami con la Toscana, come dimostra il frequente ricorrere della famiglia ad artisti toscani, come Giovan Domenico Piastrini e Giuseppe Chiari; e non è improbabile che siano stati gli stretti rapporti tra i Chigi e lo scultore senese a favorire la scelta del Mazzuoli da parte dei Rospigliosi, imparentati con i Chigi. è possibile che vada attribuita al Mazzuoli non solo la decorazione scultorea della cappella Rospigliosi, ma anche la sua progettazione architettonica, come suggerisce il confronto con l’altar maggiore della chiesa dello Spedale di Santa Maria della Scala a Siena, il cui progetto fu realizzato dal Mazzuoli con i fratelli nel 1670. Nell’altare senese, come nel monumento Rospigliosi, troviamo coniugati il motivo del basamento e del gradino con l’idea della grande urna in marmo scuro, ricordo dell’invenzione berniniana per la Tomba di Urbano VIII. Per quanto riguarda la decorazione scultorea, la finitezza gelida delle superfici e le pose aggraziate e sentimentali testimoniano una sensibilità già settecentesca, che costituisce la sigla più originale del Mazzuoli nella sua avanzata maturità.
Sempre nel 1717 cominciò ad eseguire le statue di Cristo e la Vergine da collocarsi nel Duomo di Siena, sotto la cupola dalla parte dell’altare maggiore. Le due statue, tolte dal Duomo nel 1894 in occasione della vendita delle figure dei dodici Apostoli, sono oggi perdute; se ne conservano tuttavia due copie: una al Royal Scottish Museum di Edimbugo e una in collezione privata.
Le ultime opere del Mazzuoli sono il Monumento del Granmaestro Marcantonio Zondadari per il Duomo di Siena, certamente posteriore al giugno 1722, data in cui morì il Cavaliere (lasciato incompiuto alla morte di Giuseppe, avvenuta nel 1725, verrà portato a compimento nel 1726 da Bartolomeo), ed il gruppo della Cleopatra, il cui bozzetto in terracotta si conserva presso la Soprintendenza di Siena: tale statua, compiuta nel 1723, il Mazzuoli “principiato avea per suo divertimento” (Pascoli) e, venduta dai suoi eredi, si trova dal 1737 nel Giardino Coloniale di Lisbona.
Giuseppe Mazzuoli morì il 25 marzo 1725 e venne sepolto nella chiesa di San Francesco di Paola a Roma.