GIUSEPPE CANELLA ; GIOVANNI MIGLIARA
(Verona, 1788 - Firenze, 1847) ; (Alessandria, 1785 - Milano, 1837) -
Scena rurale con personaggi, Scena marina con personaggi; Marina con la Lanterna di Genova; Paesaggio campestre con chiesa, frati e un viandante

due olî su rame, diametro cm 11, firmati: Canella ; due fixés sous verre, diametro cm 8

montati entro cornice in palissandro, ebano e bronzo dorato, cm 42 x 50



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< OPERE

Giuseppe Canella fu avviato all’arte dal padre Giovanni, architetto, frescante e scenografo e inizialmente si dedicò alle scenografie e alla decorazione di residenze nobiliari a Verona e Mantova. Forse influenzato da Pietro Ronzoni, paesista di fama internazionale attivo a Verona, si orientò verso la pittura di paesaggio, accostandosi alle vedute solo nel 1815, dopo un breve soggiorno a Venezia.

Dopo l’esordio all’Esposizione di Belle Arti di Brera del 1818, intraprese un viaggio di studio attraverso Spagna, Olanda, Franca. Nel 1831 inviò tredici paesaggi all’Esposizione dell’Accademia di Brera  riscuotendo uno straordinario successo di pubblico e critica, anche grazie alla notorietà raggiunta a parigi con la sua presenza ai Salons, le commissioni di Luigi Filippo d’Orleans e il conferimento della medaglia d’oro nel 1830. Nel 1832 rientra a Milano dedicandosi all’esecuzione di vedute cittadine caratterizzate dall’interesse per la cronaca della vita contemporanea e da una resa atmosferica delle sue vedute, in competizione con Giovanni Migliara. Dal 1835 si rivolge in prevalenza al paesaggio, con soggetti tratti dalla campagna lombarda e dall’ambiente lacustre. L’attenzione riservata agli aspetti più poveri e umili della quotidianità rientra nel fondamentale interesse naturalistico dell’artista e coincide con le istanze moraleggianti di derivazione manzoniana. Fondamentale nella maturità dell’artista è il viaggio condotto tra Roma e Napoli nel biennio 1838-1839.

Giovanni Migliara, figlio di un ebanista, nel 1801-02 era a Milano presso lo scultore in legno Luigi Zuccoli; parallelamente frequentò all’Accademia di Brera i corsi di ornato di Giocondo Albertolli e di architettura di Giuseppe Levati. Intorno al 1804 passò nello studio di Gaspare Galliari, lavorando come scenografo ma tra il 1808 e il 1810, a seguito di una grave malattia polmonare, dovette interrompere l’attività intrapresa  a favore di opere da cavalletto e di piccolo formato, miniature su seta sottovetro (fixé sous verre) e su avorio. I primi soggetti furono ispirati ai grandi vedutisti veneziani del Settecento. Ben presto sviluppò anche in suo linguaggio con vedute e capricci, interni di chiese e conventi all’insegna di tagli prospettici accentuati e mirabili contrasti di luce. I temi derivati dalla pittura veneziana del Settecento, unitamente a paesaggi e scorci tratti dal vero del territorio milanese e lombardo costituiranno i due filoni costanti della sua produzione. Nel 1812 presentò all’Esposizione dell’Accademia di Brera quattro vedute urbane milanesi e due composizioni ideali che gli valsero un enorme favore del pubblico; annualmente presentava le proprie opere all’Esposizione in un crescendo di successo presso l’alta società milanese ma non solo, gli giunsero commesse dal re Carlo Alberto, da Maria Cristina di Savoia, da Leopoldo II granduca di Toscana, Maria Luigia duchessa di Parma, dal principe Metternich e molti altri. Dal 1822 fu socio dell’Accademia di Brera rifiutando nel 1825 la cattedra di prospettiva a causa della salute cagionevole. Intraprese un viaggio di aggiornamento in Toscana, Emilia, Verona e Venezia; nel 1828 si trasferì in Liguria. Nel 1830 fu invitato dalla corte di Madrid per un lavoro ma rifiutò, l’anno successivo fu insignito della onorificenza dell’Ordine del Merito Civile di Savoia, con possibilità di essere ricevuto a corte, nel 1833 Carlo Alberto lo nomina suo pittore di genere.

Le opere qui presentate sono ascrivibili attorno al terzo decennio dell’Ottocento ed è curioso leggere come un loro contemporaneo percepisse l’arte dei due, mettendoli a diretto confronto ne Il nuovo ricoglitore ossia archivi d’ogni letteratura antica e moderna con rassegna e notizie di libri nuovi e nuove edizioni, anno VIII, Parte Seconda, Milano 1832:

  1. Pittura urbana. Quest’anno Migliara rallegrò de’ suoi dipinti l’esposizione dell’Accademia Torinese, e ne fu quindi vedova la nostra, di che gliene facciamo dolce condoglianza. Non fu però priva di dipinti che rappresentino le cose urbane, che anzi possiamo dirne assai ricca, specialmente per la copiosa messe che offrì l’operoso pennello di Giuseppe Canella. Esso porse tredici vedute prese da varii luoghi di Francia e di Spagna, come sono il Ponte Nuovo di Parigi, la Tintoria di Rouen, la Piazza della vecchia torre della stessa città, l’Arcivescovado e una contrada di Parigi, ed altre moltissime, grandi tutte, e specialmente il Ponte Nuovo di maggiore dimensione degli altri.

    Canella è pittore che copia con verità, con evidenza, sa imprimere a’ luoghi le tinte locali, ha un’audacia di scortare mirabile, specialmente nel presentare un lungo canale, una grande strada piana, e in prima linea prospettica: le sue macchiette sono toccate con spirito, con verità: il suo pennello rapido passa sulla tela, lascia impronta di genio e più non ritorna; è pittore di tocco e ardire.

    Alcuni vollero raffrontare le cose di Canella con quelle di Migliara; noi non sapremmo come si possa farlo convenientemente, essendo artisti se non di genere, diversi di maniera. Canella non fece che vedute esterne con buona prospettiva, Migliara fece vedute esterne e interne e con ottima prospettiva, e potè far girare l’occhio degli spettatori insieme alle turbe che vagavano fra le immense arcate della Cattedrale Milanese e di altri tempii: Canella ha più audacia, Migliara più diligenza; Canella tocca con spirito, Migliara finisce con accuratezza; Canella non varia molto nelle fronde, Migliara le alterna di piante diverse: Canella fece molte vedute grandi, Migliara ne fece di più grandi ancora che non cedono di evidenza a nessun’altra, e sono più finite di tutte, e non lo si raggiungerà nelle piccole; Migliara poi ha forza di colorito e certi toni di tinte che sarà difficile trovare in molti altri pittori contemporanei. Convien quindi concludere che son due artisti valentissimi, e che deve gloriarsi una nazione che possa contrastare in questa gara; ma deve gloriarsi quando, giusta nel giudicare, dà a tutti egualmente il loro merito, e non si lasvia trasportare da momentaneo spirito di partito.

I due tondi di Canella, a olio su rame raffigurano scene di genere, nel primo una scena di paese, sullo sfondo una chiesa col campanile e in primo piano un vivace assembramento  di persone tra cui spiccano dei cavalieri e dei contadini, il secondo tondo ha come soggetto una scena lacustre, sempre con personaggi.  Il tutto condotto con vivace senso narrativo. Entrambe le opere sono firmate “Canella”.

I due fixés sous verre di Migliara raffigurano rispettivamente un paesaggio di campagna con una chiesa dei frati e un viandante e la Lanterna di Genova. Qua le atmosfere sono più suggestive, quasi oniriche anche la gamma cromatica più tenue e smorzata rispetto alla vivacità di colori delle scene di Canella. Indubbiamente questa differenza è anche dovuta alle diverse tecniche impiegate.

Come già accennato, i tondi sembrano se non dello stesso anno, dello stesso periodo, ascrivibile alla fine degli anni venti, inizi degli anni trenta dell’Ottocento.

Sono montati entro una cornice da grande ebanisteria. La riserva interna è in bronzo dorato a motivo lanceolato, poi una perlinatura in ebano, la guscia liscia in palissandro e un ulteriore perlinatura all’esterno. La cornice è piuttosto profonda, con diverse sgusciature nelle fasce laterali. La parte posteriore è in ebano e ha un pannello che si sfila. Infine una importante attaccaglia di bronzo dorato.