LANCELOT - THÉODORE TURPIN DE CRISSÉ
Parigi, 1782 - 1859
Paesaggio con baccanale

olio su tela

cm 130 x 98
proveninenza:
collezione Georg Schaefer



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Alcune opere dell’Ottocento della prestigiosa collezione appartenuta a Georg Scheafer (Schweinfurt, Germania), recentemente disperse, hanno rivelato, sotto l’equivoco di attribuzioni errate, alcuni dipinti straordinari. Così una tela tardoneoclassica genericamente assegnata alla scuola di David si è riscoperta come un magnifico Camuccini e, nel nostro caso, da un’ impossibile assegnazione al grande Jacob Philipp Hackert è emersa la bellissima seconda versione di un capolavoro del paesaggio eroico negli anni della Restaurazione, quel Paesaggio con baccanale che faceva parte della celebre serie delle grandi vedute mediterranee di uno dei maggiori esponenti di quel genere, il versatile Lancelot-Théodore Turpin conte de Crissé (Parigi 1782 – 1859).
Manca ancora una monografia che restituisca, come merita, il valore di un artista, ma anche di un personaggio fondamentale per capire il gusto dei grandi dilettanti in Europa tra l’Impero e la monarchia di Luigi Filippo. Non mancano però le fonti dell’epoca e una ormai folta bibliografia specifica, tra cataloghi di musei e di mostre, utili a compore un profilo abbastanza attendibile ed articolato di un protagonista della mondanità collegata alla politica, del collezionismo (fu il fortunato possessore tra le altre opere di un capolavoro come il Paolo e Francesca di Ingres, Museo di Angers, di tanto originali e avvincenti da risultare nella sua perfetta esemplarità un soggetto ideale per la letteratura memorialistica o il romanzo “sociale” della prima metà dell’Ottocento).
Le origini e le ascendenze famigliari sembrarono destinarlo in maniera perfetta a questo ruolo. Egli discendeva, infatti, dall’antica schiatta dei Turpin d’Anjou, che avevano saputo unire l’orgoglio aristocratico (di cui lui terrà sempre a ribadire il privilegio facendo sormontare dalla corona comitale la firma e la data dei suoi quadri) all’impegno militare. Suo nonno, luogotenente generale, era stato un celebre stratega. Mentre il padre, Roland-Henri-Lancelot, colonnello del reggimento di Berchiny, fu anche lui un grande collezionista di disegni e dipinti, ma pure pittore dilettante. Sappiamo che espose al Salon del 1787 e che incoraggiò il talento del figlio rivelatosi subito prorompente nonostante un’infanzia e una giovinezza molto movimentate trascorse nel’infelice condizione di émigré, negli anni della Rivoluzione, tra l’Inghilterra e la Germania, quando dovette addirittura provvedere con la vendita dei propri disegni ed acquerelli alle necessità della madre e della sorella, visto che il padre aveva preferito fuggire in America dove morì verso il 1795.
Se i primi rudimenti impartitegli dal genitore gli avevano permesso di cavarsela per quelle elementari necessità, una vera educazione artistica si deve alla protezione del conte di Choiseul, l’autore del popolare Voyage pittoresque en Grece, che dopo il 1801 lo portò con sé in Svizzera dove, immergendosi nelle bellezze di una natura incontaminata, Turpin poté realizzare i suoi primi studi dal vero. Anche se i primi dipinti esposti al Salon del 1806, Gli addii di René e della sorella (ispirato al romanzo di Chateaubriand) e la Veduta del Tempio di Minerva ad Atene, segnalati con una medaglia d’oro, vedono allargarsi il suo repertorio alle diverse possibilità del paesaggio eroico, o “istoriato”, cioè con l’inserzione di monumenti antichi o di soggetti mitologici (ma anche storici o letterari) che faranno la sua fortuna ai Salon successivi, cui si presenterà regolarmente sino al 1835; così alla Royal Academy di Londra, dove esporrà nel 1832.
I numerosi bellissimi disegni conservati al Louvre documentano bene il suo primo viaggio in Italia, avvenuto tra il 1807 e il 1808, quando lavorò tra Roma e Napoli a formarsi quel repertorio di immagini mediterranee destinato a distinguerlo, come lui stesso avrà a constatare, precisando che si “trattava di una raccolta indispensabile” che doveva “diventare la base della mia fortuna pittorica”, costituendo infatti “un isieme prezioso di materiali da sfruttare nel tempo”. Così la sua Veduta di Civita Castellana, esposta al suo ritorno dall’Italia, fu acquistata dall’imperatrice Joséphine che, simpatizzante degli ambienti della vecchia aristocrazia reintegrata e affascinata dal suo talento come dalle sue brillanti inclinazioni mondane, lo scelse nel 1810 come suo ciambellano e confidente. Sembra anche amante, come dovette esserlo in seguito anche della figlia la regina Hortense, di cui illustrò le Romances. Nominato barone dell’Impero nel 1811, aveva accompagnato l’imperatrice nei suoi viaggi dimostrando una grande perizia nel rappresentare i luoghi prescelti dalla sovrana e diventando un perfetto “uomo di mondo”. La sua ascesa non si arrestò con il ritorno dei Borboni, quando anzi venne accolto nell’Academie des Beaux-Arts durante il regno di Luigi XVIII, e ottenne l’importante carica di Inspecteur Générale des Beaux-Arts nel 1824, con l’incoronazione di Carlo X. Gentilhome honoraire della Camera del re nel 1829, resterà fedele al suo sovrano seguendolo nel 1830 in esilio.
La qualità della pittura di Turpin, oggi giustamente rivalutato come uno dei maggiori paesaggisti della prima metà dell’Ottocento, ma già molto apprezzato ai suoi tempi quando venne “collocato in prima linea tra gli uomini più illustri della nostra Scuola”, si deve ad una continua sperimentazione collegata ai numerosi viaggi di studio, in particolare ancora in Italia dove lo ritroviamo, dopo quel primo soggiorno appena ricordato, nuovamente nel 1818, 1824, 1829, 1830 e 1838. La sua predilezione andò naturalmente al Meridione, in particolare Napoli dove ebbe occasione di confrontarsi con il fascino della luce mediterranea resa nel nitore cristallino e nel magico tono dorato dei suoi dipinti. Di particolare impegno fu il soggiorno partenopeo del 1824 che gli ispirerà una straordinaria raccolta di incisioni intitolate Souvenirs du Golfe de Naples. Ebbe su di lui una decisiva influenza l’amicizia con l’architetto tedesco Jacob Ignaz Hittorf, suo compagno di viaggio, del quale condivise il sogno di restituire gli antichi monumenti della Magna Grecia all’originale policromia. Di questa relazione speciale resta testimonianza anche in una bellissima Veduta dell’isola di Capri, del 1824, conservata al Wallraff-Richartz Museum di Colonia, regalata da Turpin, come si legge nella dedica, “à son collegue et ami Mr Hittorf”. Si trattava di una di quelle immagini, di piccolo o di medio formato, concepite en plein air e poi riutilizzate per eseguire, in studio, vedute più grandi come la serie dei paesaggi mediterranei realizzati e esposti, come nel caso del nostro, a Venezia. La città lagunare fu, tra tutte le sue altre mete italiane, la più frequentata, quella con cui Turpin ebbe i rapporti più intensi e duraturi. Vi si trovò particolarmente a suo agio per la presenza dei Borboni esiliati, come la celebre duchessa di Berry residente a Palazzo Vendramin Calerghi con tutta la sua corte di artisti, e per i buoni rapporti con i conoscitori locali. Va ricordato soprattutto il conte Leopoldo Cicognara, Presidente dell’Accademia di Belle Arti. Entrambi collezionisti di oggetti d’arte, si scambarono materiali e opinioni. Turpin giudicò la raccolta di nielli antichi dell’amico veneziano come la “plus riche et la plus complète qu’existe ajourd’hui” (V. Malamani, Memorie del conte Leopoldo Cicognara tratte dai documenti originali, Venezia 1888, II, p. 338). Cicognara, stimandolo molto come pittore, inserì alcuni bellissimi disegni di Turpin nel suo celebre Album composto dei fogli dei migliori artisti del tempo oggi conservato al Museo Correr di Venezia. Certamente lo incoraggiò ad esporre i propri dipinti alle mostre promosse dall’Accademia veneziana a partire dal 1833. Per riconoscenza d’essere stato eletto membro onorario di quel prestigioso Istituto, egli fece dono nel 1836 di tre quadri di grande formato Paesaggio con caccia de’ centauri, Paesaggio con baccanale e Paesaggio con acque e animali, ricordati dalle guide dell’epoca nella Sala delle Pitture Moderne insieme ai dipinti del Settecento e alle vedute prospettiche di Vincenzo Chilone e Tranquillo Orsi. Quando verranno presentati alla esposizione speciale organizzata nel 1838 per la visita dell’imperatore d’Austria Ferdinando I, riscossero un notevole apprezzamento da parte della critica che lodò la verità degli effetti di luce, l’ “estrema libertà e facilità di tocco” ed ancora il “gusto”, l’ “intelligenza” e la “fluidità”. Tutte caratteristiche che dovevano costituire una grande novità per l’ambiente veneziano e che eserciteranno un’influenza decisiva sullo svolgimento della nuova pittura di paesaggio, in particolare quelle del giovane Ippolito Caffi (vedi F. Mazzocca in Il Veneto e l’Austria. Vita e cultura artistica nelle città venete 1814 – 1866, catalogo della mostra a cura di G. Mazzariol, S. Marinelli e F. Mazzocca, Milano, Eelcta, 1989, pp. 69, 102-104, 232-234).
In quella stessa occasione il pittore francese eseguì un dipinto magistrale, conservato al Museo di Nantes, dove con grande abilità prospettica e acuta sensibilità documentaria rappresentò un evento speciale come L’ingresso dell’imperatore Ferdinando I d’Asburgo a Venezia nel 1838 . Si tratta di una bellissima veduta del Canal Grande, nel punto in cui svolta, con sullo sfondo Palazzo Balbi, alla sinistra la quinta gotica di Ca’ Foscari e alla destra Palazzo Moro Lin, attraversato dal lento corteo formato dalla grande barca imperiale seguita dalle gondole. Diversa è invece l’atmosfera dei tre grandi paesaggi mediterranei, dove gli studi eseguiti sul vero nei precedenti soggiorni nell’Italia meridionale erano stati lo spunto per delle ampie composizioni d’invenzione con la natura che fa da quinta magnifica per dei temi mitologici collegati ad una visione del nostro paese come terra del mito. Opere dunque molto originali e piene di fascino, perché una straordinaria sensibilità per il vero vi si accordava perfettamente ad una dimensione ideale riconducibile alla grande tradizione del paesaggio classicista, tra Lorrain, Dughet, Poussin e i loro emuli sette-ottocenteschi, come Valenciennes, Michallon, Bidauld, ed alla fascinazione dell’antico. Quel gusto antiquario che del resto dominò le scelte del collezionista dalle estese curiosità. Turpin raccolse antichità egizie, greche, etrusche, romane, statue italiane del Rinascimento, gioielli antichi, ma anche disegni neoclassici di Gérard, Girodet, Percier, tutti materiali ora conservati presso il Museo di Angers cui lo stesso artista li aveva destinati. Il nostro bellissimo Paesaggio con baccanale costituisce una seconda redazione di quello donato all’Accademia di Venezia, ma poi disperso e ricomparso ad un’asta recente: Franco Semenzato & C., Importanti dipinti antichi, Venezia 14 dicembre 1986, lotto n°39. Rispetto a tale versione, della stessa dimensione, non presenta significative varianti. L’unica sensibile differenza è che in questo caso il pittore ha lasciato, probabilmente per una precisa volontà espressiva, non del tutto finite alcune parti soprattutto il primo piano con il torrente che scorre tra le rocce. Questa caratteristica, oltre a conferire all’opera un singolare vigore e modernità, rappresenta un’importante testimonianza del procedimento creativo del pittore che arrivava alla definizione dell’immagine, nella sua straordinaria luminosità e nelle sua particolare trasparenza, attraverso elaborate stesure successive e sapienti velature, e non già una pittura di tocco. Il paesaggio con caccia dei centauri e il nostro Paesaggio con baccanale, identitici nel formato e nelle misure, rappresentano un ideale pendant caratterizzato da due tagli prospettici e compositivi molto simili, con il primo piano occupato dalle invenzioni mitologiche e poi chiuso dagli elementi verticali delle rocce ricoperte della lussureggiante vegetazione mediterranea, che aveva fatto l’incanto di tutti i viaggiatori in Italia a partire da Goethe. In questa particolare impostazione, che conferisce a questi dipinti un fascino metafisico, resta un picolo spazio dove la prospettiva si apre verso una lontananza marina nella tela ancora conservata nelle Gallerie dell’Accademia veneziana e in una misteriosa profondità silvestre nel nostro quadro. Mentre i sofisticati passaggi chiaroscurali, gli effetti di controluce, gli accordi tra le diverse tonalità cromatiche, più calde nella parte della vegetazione inondata dal sole più fredde in quelle risucchiate dall’ombra, rivelano nell’artista un raffinato conoscitore dei maestri antichi da lui studiati nei musei e nelle collezioni di tutta Europa, per trarne ispirazione.


Fernando Mazzocca