PIETRO LABRUZZI
Roma, 1739 - 1805
Ritratto di Sir James Bland Burges

olio su tela

cm 172 x 123
firmato e datato: “P.LABRUZZI. ROMA. AN. 1774”



LEGGI LA SCHEDA
 

< OPERE

Etichetta d’epoca sul retro del telaio con scritto: “P. LABRUZZI / PORTRAIT OF SIR JAMES BLAND BURGES, full-length, seated, wearing a red / coat and breeches with a richly-embroidered waistcoat, a map of Rome / on a table beside him and a ‘cello lying on the floor near open scores / of music, signed (Roma) and dated 1774 60 in. by 48 in. / From the Collection of Sir Charles Lamb painted durin the sitter’s Grand Tour of europe to commemorate his private audience of Pope Clement XIV. / Sir james Bland Burges 1752 - 1824, was a close friend of William / Pitt with whom he devided the Sinking Fund and was for many / years Under-Secretary of State to the Duke (illegibile) Leeds at the Foreign / Office.


Pietro Labruzzi nacque a Roma il 28 febbraio 1739 e ivi morì il 13 febbraio 1805. Ebbe un fratello minore di nome Carlo (1748 - 1817), anch’egli pittore, interessato soprattutto ai temi paesistici e del Grand Tour, che fu autore di una nutrita produzione di schizzi e acquerelli su carta.
Non si hanno moltissime notizie sulla formazione di Pietro, ma è noto che dopo un presunto periodo di praticantato napoletano fece ritorno nella Città Eterna dove frequentò artisti attivi nella cerchia del grande pittore Sebastiano Conca. Risale al 1753 la sua prima opera nota: Madonna con i Santi Anna e Gioacchino per i padri Minimi di Santa Maria della Luce. Seguirono la Lapidazione di Santo Stefano per Santo Stefano in Piscinula, i Santi Agostino e Monica e angeli e la Fuga in Egitto (1794) per la chiesa di Gesù e Maria.
La sua fama gli permise di ricevere importanti commissioni anche dall’estero. Nel 1773 circa fu incaricato di eseguire quattro grandi pale per la Chiesa de Nossa Senhora do Loreto a Lisbona, che sono: San Giovanni Battista, San Francesco di Paola, San Francesco in atto di ricevere le stimmate e San Carlo Borromeo cominica gli appestati. Proprio in quest’ultimo lavoro Pietro Labruzzi raggiunge il suo apice come pittore di scene religiose: l’opera mostra una grande capacità di assimilazione e rielaborazione delle tecniche del Batoni, artista che nella Roma della seconda metà del Settecento era riuscito con il suo stile a creare una vera e propria schiera di seguaci. La stesura dei colori, gli squisiti riflessi smaltati, la vitalità dei personaggi al fine di evidenziare la profonda drammaticità dell’episodio sembrano essere quasi un omaggio all’ingegno artistico batoniano.
Il successo dei lavori per la chiesa portoghese lo consacrarono ad artista di statura internazionale, fu infatti pittore di corte del re Stanislao di Polonia e dal 1780 membro della Congregazione dei Virtuosi del Pantheon. Negli anni Novanta prese parte con Cristoforo Unterperger, Domenico Corvi, Antonio Cavallucci, Bernardino Nocchi e Liborio Coccetti al rinnovamento del Duomo di Spoleto promosso da papa Pio VI, dipingendo sei tele, tra cui il Beato Gregorio Eremita (1790 circa) e, con ampio intervento della bottega, l'Angelo custode (1790 circa). Negli anni successivi lavorò sempre a Spoleto per la chiesa di San Filippo ( Madonna e i Sette Santi, 1796) e il palazzo Comunale (San Filippo Benizzi in orazione).
Fino alla metà del Novecento la conoscenza da parte degli studiosi riguardo alla produzione labruzziana fu limitata quasi esclusivamente alle scene di carattere religioso, finché il noto storico dell’arte Andrea Busiri Vici pubblicò nel 1957 un interessante articolo che illustrava i rari ritratti eseguiti dal valente pittore romano. I personaggi immortalati dal Labruzzi provennero sempre da ambienti facoltosi e culturalmente all’avanguardia, segno dell’ottima posizione di cui godeva il pittore nella società in cui viveva: lo scultore Vincenzo Pacetti, la poetessa Teresa Bandettini Landucci, Papa Pio VI, il grande incisore architetto Giovan Battista Piranesi (il solo ritratto pittorico che di lui si conosca, episodio che fa pensare a un profondo rapporto di amicizia tra i due artisti) e la contessa Cremonesi Altemi, per citarne alcuni.
In ognuna di queste opere vi è una grande attenzione compositiva e un’alta qualità decorativa, senza poi contare tutto un mondo e un’epoca che in Roma si concentrava alla fine del Settecento. La capacità del pittore d’individuare i tratti psicologici del soggetto è infatti unita a un atmosfera in grado quasi di proiettare lo spettatore indietro di due secoli. Il dipinto qui preso in esame è il Ritratto di Sir James Bland Burges.
Tra gli esempi più alti della ritrattistica del Labruzzi, il quadro ci mostra il baronetto inglese a figura intera seduto su una sedia di noce di epoca Luigi XV. Indossa un abito di panno rosso ed un prezioso gilet di seta chiara a fiori. La mano destra poggia su una Guida di Roma, appena sotto al libro vi è una cartina della stessa città, questa è indicata dalla mano sinistra dell’effigiato. Al fianco, ben visibile, si nota uno spadino dall’elsa elaborata, retaggio nobiliare. Per terra sono adagiati un violoncello con il proprio arco e alcuni spartiti musicali, a indicarci la passione dell’anglosassone. Sul lato sinistro del quadro una bella console intagliata e dorata fa scorgere la firma dell’autore nella parte in alto della gamba; sul mobile, oltre al libro e alla cartina descritti in precedenza, si trova un busto di Minerva, dea della Saggezza.
Sul fondo, dietro al terrazzino a livello della sala si erge la Colonna Antonina e la cupola del Pantheon. L’eleganza aulica del taglio compositivo del dipinto fa subito pensare a Batoni, ma la fissità descrittiva dei dettagli è già segno di inclinazioni neoclassiche che determinano altresì il rigore del nitido impianto spaziale. La superficie pittorica è trattata con sicurezza e precisione, denotando una elevata conoscenza nella stesura del colore, che viene adagiato sulla tela in un sottile ma compatto strato. Il sapiente uso dei chiaroscuri accompagna il ritmo della grande composizione donando al dipinto un piacevole equilibrio di forme e cromie. Il disegno del viso allungato e serio del nobile inglese mostra le caratteristiche di una personalità intelligente e dallo sguardo penetrante.
Sir James Bland Burges nacque a Gibraltar, sullo stretto di Gibilterra, l’8 giugno del 1752. Suo padre fu George Burges, capitano del corpo dei Dragoni del Generale Humphrey Bland e Controllore Generale dell’Ufficio Doganale scozzese. Sua madre, Anne Whichnour Sommerville, era figlia di Lord James Sommerville. James frequentò dapprima la scuola di Westminster a Londra, dopodichè le sue alte capacità gli permisero di studiare nel college di Oxford. Infine venne ammesso nel 1777 alla prestigiosa residenza per studenti di Lincoln dove svolse il praticantato per esercitare la professione di avvocato. Il dipinto fu quindi eseguito pochi anni prima che Burges diventasse uomo di legge e in particolare nel 1774, anno in cui partì per il Grand Tour italico che gli permetterà di visitare le più importanti città del Bel Paese. Come riportato in uno scritto autografo del Burges, durante la sua tappa romana ebbe l’altissimo privilegio di avere un colloquio personale con Sua Santità Papa Clemente XIV Ganganelli, che per altro spirò proprio il 22 settembre di quello stesso anno. Nelle memorie del nobile questo incontro è ricordato con un sentimento che potremmo definire di profondo affetto nei confronti del pontefice.
La carriera di Sir Burges fu ricca di avvenimenti e conquiste: personalità intraprendente e iperattiva, ebbe una grande importanza nelle vicende politiche d’Oltre Manica. Nel 1777 prese la carica di Commissario della Bankruptcy. Nel 1787 divenne membro del Parlamento e nel 1789 fu eletto Sottosegretario agli Affari Esteri (Foreign Office), ricoprendo un ruolo fondamentale nel funzionamento dello stesso. Insieme al suo amico William Pitt divise la “Sinking Fund”, formando la base della grande reputazione finanziaria del Pitt. Fu uno dei fondatori del giornale “The Sun”. Ebbe l’onore di essere insignito del titolo di Cavalier Maresciallo della Casa Reale. Il 21 ottobre del 1795 diventò il primo Baronetto della casata dei Burges, un risultato a dimostrazione del potere da egli raggiunto nel corso degli anni.
Uno dei meriti del successo del Burges è senz’altro da attribuire alla capacità di sapersi relazionare con l’estesa rete di parentele che lo legavano alle famiglie più potenti dell’Inghilterra e non solo. Ebbe tre mogli, la prima, Elizabeth Noel, figlia di Edward Noel, Primo Visconte Wentworth di Wellesborough, alla scomparsa di Elizabeth sposò Anne Montolieu, della famiglia dei Baroni di St. Hypolite e infine il suo terzo matrimonio fu con Lady Margaret Janet Lindsay, figlia del Conte di Balcarres. Queste relazioni diedero origine a una prole molto numerosa, dalle ricerche svolte si possono contare almeno nove figli. Nonostante gli affari politici ed economici lo tenessero molto occupato, la sua straordinaria vitalità e curiosità lo portarono ad avere molte passioni, che curò sempre con attenzione ed entusiasmo. Come il dipinto qui in esame ci suggerisce, Sir Burges nutriva un profondo amore per la musica, inoltre era molto interessato agli epigrammi e alla scrittura. Quest’ultima disciplina diede non poche soddisfazioni al nobile che divenne un autore di una certa fama, pubblicando diversi libri: The birth and triumph of love, Richard the First, a poem in eighteen books, The Dragon Knight: a poem in twelve cantons, Reasons in favour of a new traslation of the holy scriptures, Selection from the letters and correspondence, solo per citarne alcuni fra i più noti. Tanto era grande il suo sentimento per le sue passioni che, quando, nel 1794, Lord Greenville gli offrì le ambasciate di Danimarca e di Svizzera, egli declinò la proposta per dedicarsi anima e corpo ai suoi interessi.
Nel 1798 un triste avvenimento nella vita del nobile ebbe però conseguenze curiosamente vantaggiose. Il 20 febbraio morì un suo carissimo amico, John Lamb. Questi molti anni prima occupò il titolo di Commissario Generale dell’Ufficio Paghe dell’esercito del Duca di Cumberland, in seguito si distinse per le grandi capacità organizzative e diplomatiche al servizio del Maggiore Sawyer, e quando questo perì, suo fratello continuò a richiedere i servigi di Lamb. Negli anni diventò un uomo molto rispettato ed estremamente ricco e al momento della sua morte decise di lasciare in eredità al Burges una ingente somma di denaro.
Per dimostrare la sua riconoscenza alla persona che compì quel generoso gesto, Sir James cambiò ufficialmente nel 1821 il suo cognome di famiglia da “Burges” a “Lamb”. Il destino però volle che il “neo” Lamb potesse godersi per pochissimi anni la sua nuova identità dato che esalò l’ultimo respiro l’11 ottobre del 1824. Il suo titolo nobiliare passò al figlio maschio più grande rimasto in vita: Charles Montolieu, che ereditò anche il titolo di Cavalier Maresciallo della Casa Reale.
Il dipinto ad opera di Pietro Labruzzi proviene infatti dalla collezione di Charles Lamb, come descritto nell’etichetta che si può scorgere sul retro del telaio del quadro. Tradizionalmente si pensava fosse appartenuto al famoso scrittore inglese Charles Lamb, ma gli ultimi studi hanno dimostrato che si trattava di un caso di omonimia, dato che, documenti alla mano, non sembra esserci stata alcuna relazione tra il nobile e lo scrittore. Mentre sembra molto più plausibile pensare che, una volta morto James Lamb, fu suo figlio, Sir Charles Montolieu Lamb, a ricevere in eredità la pregevole opera d’arte.


BIBLIOGRAFIA
D. BENATI, L. PETRUZZI , a cura di, Trenta dipinti antichi da collezione privata, catalogo della mostra, Bologna, ART&STAMPA, 1990; SIR J. BLAND BURGES, J. HUTTON, Selections from the Letters and Correspondence of Sir James Bland Burges, Bart., sometimes under-secretary of state for foreign affairs. With notice of his life. Londra, John Murray, 1885; A. BUSIRI VICI, Addenda alla ritrattistica del romano Pietro Labruzzi, in “L’Urbe”, XXXVIII, n.1, Roma, Fratelli Palombi, 1975; A. BUSIRI VICI, Pietro Labruzzi, pittore romano di ritratti, in “Strenna dei Romanisti”, XVIII, Roma, Staderini, 1957; W. CAREW HAZLITT, The Lambs: their lives, their friends, and their correspondence: new particulars and new material, Londra, E. Mathews, 1897; C. LAMB, T. PURNELL, B. CORNWALL, The complete correspondence and works of Charles Lamb; with an essay onehis life and genius, 4 voll., Londra, E. Moxon. son and co., 1870; A. LO BIANCO, A. NEGRO, a cura di, Il Settecento a Roma, catalogo della mostra, Milano, Silvana Editoriale, 2005; P. P. QUIETO, Settecento romano a Lisbona. Le opere di Pietro Labruzzi, Carlo Giuseppe Ratti, Camillo Sagrestani fiorentino per la Chiesa di Nossa Senhora do Loreto a Lisbona ed un cenno per Batoni all’Estrela, in Roma.”Il Tempio del Vero Gusto”, La pittura del Settecento romano e la sua diffusione a Venezia e a Napoli, Atti del Convegno Internazionale di Studi (Salerno - Ravello - 26-27 giugno 1997). a cura di Enzo Borsellino e Vittorio Casale, Firenze, Edifir - Edizioni Firenze, 2001.