MOSAICISTA ROMANO DEGLI INIZI DEL XVII SECOLO

San Carlo Borromeo

mosaico racchiuso in una cornice in legno intagliato e dorato del secondo quarto del XIX secolo

cm 37,5 x 29,5



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Sul retro della cornice è applicato un cartiglio con la scritta a inchiostro: "This Mosaic of S. Carlo Borromeo was presented by Cardinal Antonelli to my grandfather W. A. Mackinnon while at ROme on a visit to his daughter Emma Duchesse de Gramont and then Ambassadress of France at Rome - about the year 1855, 18... Ada Em(ma) Mackinnon."

Carlo Borromeo nacque a Milano, da una illustre famiglia, nel 1538. Il fratello di sua madre , Giovanni Angelo Medici di Marignano, divenne papa Pio IV (1559 -1565) e lo volle subito a Roma conferendogli poco dopo, nel gennaio del 1560, la porpora. Borromeo rivestì incarichi di prim’ordine durante il pontificato dello zio e, alla morte di questi, fu determinante nell’ascesa al soglio del nuovo papa, Pio V, prima di passare alla sua diocesi come arcivescovo di Milano. Già si era distinto nell’amministrazione della Chiesa nonostante la giovane età, assumendo un ruolo importante nella riapertura del Concilio di Trento al quale partecipò in più occasioni, fra il 1562 e il 1563. Meritò il rispetto universale per la vita austera, tutta volta alle sue funzioni pastorali e all’aiuto della popolazione della sua diocesi specialmente durante la peste che colpì la città. La sua severità non piacque a tutti e ci fu addirittura un attentato alla sua vita dal quale uscì incolume. Morì nel 1584 in odore di santità; la beatificazione avvenne nel 1602 e la canonizzazione non si fece troppo attendere, infatti salì agli altari nel 1610, durante il pontificato di Paolo V.

A mio modo di vedere, il mosaico qui esaminato dovrebbe risalire attorno alla data della canonizzazione di San Carlo, come dimostra il nimbo che circonda la testa, nonostante l’effigie che lo raffigura risalga alla sua età giovanile. Nell’iconografia del Santo non sembra comparire il dipinto da cui è tratto il mosaico (1); dipinto finora non identificato ma che potrebbe essere riconducibile ai modi di Scipione Pulzone (1550 - 1598). Del Pulzone, peraltro, è già noto un ritratto di San Carlo che regge con la sinistra un libro e poggia la destra su un teschio (vedi la nota 1), un’effigie che appare tratta dal vero ma in una data posteriore a quella in cui è stata concepita la testa che il mosaico raffigura. Quest’ultima, per saldi motivi anagrafici, sembra risalire agli anni del pontificato di Pio IV. Altre immagini di prelati, sicuramente di mano di Scipione da Gaeta (ad esempio i ritratti dei cardinali Ricci, Granvella e quello di un ignoto porporato alla National Gallery di Londra) mostrano un’impostazione compositiva della testa simile a quanto si vede nel mosaico (2).

La mia opinione è che la presente opera risalga ai primi anni del XVII secolo poiché in essa compare l’aureola che non avrebbe potuto essere raffigurata prima della canonizzazione nel 1610. Il paragone ovvio per questo lavoro è il ritratto musivo del Granduca Ferdinando de’ Medici (1549 - 1609) il quale rinunciò alla porpora nel 1587 alla morte del fratello maggiore Francesco de’ Medici. Quell’opera, una placca ovale di dimensioni prossime a quelle del nostro mosaico (3), deriva con certezza da un ritratto di Scipione Pulzone del 1590, conservato agli Uffizi. è rimasto finora impossibile stabilire un’attribuzione convincente dell’artefice che eseguì il mosaico del Granduca: alcuni lo hanno considerato una prova fiorentina del mosaico a tessere, tecnica a cui si sarebbero interessati gli artigiani della Galleria dei Lavori in pietre dure.

Chi scrive è invece dell’avviso che il ritratto di Ferdinando I possa essere stato eseguito a Roma, dove la tecnica del mosaico a piccole tessere esiste fin dall’antichità e dove i papi si fecero un punto di onore nel ristabilire un patrocinio artistico che non era mai venuto meno nei secoli, Comunque vorremmo qui enfatizzare la vicinanza stilistica fra il ritratto di San Carlo e quello del granduca, personaggi che ben si conobbero e furono colleghi nel collegio cardinalizio (Ferdinando de’ Medici fu cardinale dal 1563 al 1587). Andranno comunque ricordati altri due fatti. A Firenze si erano eseguiti alcuni mosaici a piccole tessere fra fine Quattrocento e inizi del Cinquecento ed è anche noto che a Venezia, soprattutto nella prima metà del Cinquecento, gli Zuccato realizzarono mosaici di questo tipo: Nel presente contesto andrà almeno ricordata la magnifica effigie del Cardinal Pietro Bembo che è opera firmata di Valerio Zuccato nel 1542, conservata nel Museo Nazionale del Bargello (4).

Potremo infine notare altri punti in comune fra il ritratto del Medici e quello del Borromeo. Le tessere con cui sono composte entrambe le immagini sono ben visibili e i fondi presentano gradazioni di luce tutt’altro che uniforme, contrariamente a quanto fece il grande innovatore della tecnica musiva a Roma, Marcello Provenzale, nel suo solo ritratto noto, quello di Paolo V del 1621, dove il fondo azzurro è perfettamente omogeneo e uniforme. Il miglior prosecutore dell’arte di Provenzale, Giovanni Battista Calandra, seguì lo stesso gusto per i fondi compatti dei suoi ritratti: azzurro per quello di Ottaviano Ubaldini a Santa Maria Sopra Minerva, nero per quelli del Cardinale Filomarino e di suo fratello nella Basilica dei Santi Apostoli a napoli. Nel San Carlo, invece, le tessere del fondo hanno varie tonalità quasi a creare un effetto atmosferico. Dunque il mosaico esaminato e quello del Granduca potrebbero considerarsi più antichi e ciò sembra essere confermato dalla qualità delle tessere vitree che appaiono più lucide e con una varietà cromatica meno specifica, come accadeva fra Cinque e Seicento - venti, trent’anni prima, dunque, delle opere del Provenzale, del Calandra per non parlare di altri mosaicisti del Seicento inoltrato come Matteo Piccioni.

Quel che è scritto, con una calligrafia vittoriana, sul cartiglio apposto sul retro del mosaico, corrisponde esattamente al vero testimoniando come il San Carlo Borromeo fosse stato donato a Roma verso il 1855 dal Cardinale Antonelli a W. A. Mackinnon, padre della moglie del Duca di Gramont, quando quest’ultimo era ambasciatore a Roma.
La Ada Emma Mackinnon che firma quelle righe riprende il nome della zia, sposata nel 1848 al Duca Antoine-Alfred-Agénor de Gramont (1819 - 1880) che fu uomo politico e diplomatico assai noto nella Francia della sua epoca. Il Duca fu ambasciatore presso la Santa Sede fra il 1857 e il 1861, negli anni di Pio IX. Sua moglie, la scozzese Emma Mackinnon, era figlia di William Alexander Mackinnon (1784 - 1870), uomo politico e membro del parlamento inglese per lunghi anni, autore di alcuni libri noti come The History of Civilization (5). Il Cardinale Giacomo Antonelli di cui è questione (1806 - 1876) fu l’uomo più importante di Roma a partire dalla metà del secolo, quando divenne segretario di Stato di Pio IX. Si interessò anche di opere d’arte ed ebbe una collezione, all’epoca rinomata, di pietre e marmi rari (6). è possibile che si sia anche interessato all’iconografia dei papi e alla ritrattistica musiva in generale poiché nel 1847 aveva avuto inizio la lavorazione della serie di 258 medaglioni in mosaico rappresentanti le effigi di tutti i pontefici che si trovano tuttora nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura (7).
Va, infine, detto come almeno in un’altra occasione nota il Cardinale Antonelli donò ad un potente aristocratico inglese, il Duca di Northumberland, un’opera in mosaico: ci riferiamo ad un tavolino che si conserva tuttora a Syon House, nei pressi di Londra, che reca l’etichetta dello studio di Giacomo Raffaelli a Roma. Quel dono risale al 1850 ma l’opera era antica di almeno mezzo secolo.

Alvar Gonzáles-Palacios

note:

1. Citiamo qui alcune immagini di San Carlo note: due disegni di Ambrogio Figino (1548 - 16089, del British Museum (Il Seicento lombardo , catalogo della mostra, Milano, Palazzo Reale e Pinacoteca Ambrosiana,(s.d.) , Catalogo dei disegni e stampe, p. 79); due dipinti attribuiti allo stesso Figino, provenienti dal lascito del Cardinal Federico Borromeo, nella Pinacoteca Ambrosiana (A. Falchetti, La Piancoteca Ambrosiana, Vicenza, 1969, pp. 178, 281); un ritratto di Scipione Pulzone che dovrebbe trovarsi nella Galleria Nazionale d’Arte Antica a Roma, proveniente dalla collezione Barberini (ma non risulta elencato nei recenti cataloghi della raccolta) e le varie immagini del Cerano che raffigurano il Santo diversi anni dopo la sua morte (si veda Mostra del Cerano, a cura di M. Rosci, Milano, 1964, passim).
2. F. Zeri, Pittura e Controriforma, Torino, 1957, figg. 1, 12, 89.
3. Cm 44 x 33; K. Langedijk, The Portraits of the Medici, Firenze, 1983, II, pp. 763-764; il ritratto venne descritto da un viaggiatore tedesco, il Furtembach, prima del 1627, quando si trovava nella Tribuna degli Uffizi. Oggi appartiene al Museo dell’Opificio delle Pietre Dure (fino a tempi recenti non era esposto e non risulta discusso nei cataloghi a me noti di quell’istituto). è stato esposto alla mostra Firenze e la Toscana dei Medici nell’Europa del Cinquecento - Palazzo Vecchio: committenza e collezionismo medicei, Firenze, 1980, cat. 458, p. 240.
4. Vanno ricordati anche i ritratti musivi di Carlo V (Bayerisches Nationalmuseum, Monaco) e di suo fratello l’Imperatore Ferdinando I (Schloss Ambras, Innsbruck): A. Gonzales-Palacios parla sommariamente di questi mosaici tardo rinascimentali fra Firenze e Venezia in Mosaici e pietre dure. Mosaici a piccole tessere, Milano, 1981, pp. 4-10 e in Il Gusto dei Principi, Milano, 1993, pp. 181-182; il ritratto di Pietro Bembo è stato riprodotto recentemente de C. Fiore, Marcello Provenzale e l’arte del mosaico, Cento, 2010, p. 18.
5. Sul Duca di Gramont: Dictionnaire de Biographie Française, a cura di M. Prevost, R. d’Amat, H. Tribout de Morembert, vol. XVI, Parigi, 1985, pp. 920-921; per Mackinnon: Dictionnary of National Biography, ed. by S. Lee, vol. XXXV, Londra, 1893, pp. 172-173.
6. R. Gnoli, Marmora romana, Roma, 1988, pp. 103-105; sulla figura di Antonelli si veda Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 3, Roma, 1961, pp. 484-493.
7. E. Gerspach, La Mosaïque, Parigi, s. d. (ma 1899), p. 213. Si ricorda come nel luglio 1833 la Basilica di San Paolo fu quasi interamente distrutta da un incendio e da allora iniziò una lunga opera di ricostruzione che incluse gli apparati musivi.
8. La lettera di ringraziamento del Duca al Cardinale è in A. Lodolini, “Un archivio segreto del Cardinal Antonelli” in Studi Romani, 1953, I, pp. 410-424. Fino a qualche anno fa quel tavolino, da me esaminato personalmente, non era illustrato ma è da me citato in A. Gonzales-Palacios, Il Tempio del Gusto, Milano, 1984, p. 74.