GIOVANNI FRANCESCO PIERI
Prato, 1699 - Napoli, 1773
La Santissima Trinità

cera policroma

diametro cm 16,5



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Il rilievo, di ottima conservazione, è modellato entro una sorta di cassettina in un legno di grana tenera tagliato a lamelle per mantenere l’elasticità del supporto. All’esterno la “cassetta” è ricoperta con una bella carta a racemi verdi e dorati, coeva alla scultura.
L’assegnazione dell’opera allo scultore pratese è rafforzata dal confronto con le opere sicure del Pieri, per esempio, il rovescio della medaglia di Anton Francesco Marmi, le cere ispirate a dipinti celebri per lo più della collezione Farnese e la scene di genere conservate nel Museo Nazionale di Capodimonte a Napoli (G. Badiani, in G. Badiani, M. Visonà, Per Giovanni Francesco Pieri (1699 - 1773), in “Prato Storia e Arte”, 72, giugni 1988, pp. 52-60; per il periodo napoletano cfr. M. Visonà, ivi, pp. 61-75).
Dopo l’origine pratese ed essere passato a Firenze nella bottega dello scultore mediceo Giovacchino Fortini, un maestro la cui opera si rivela di qualità superiore a quel che non appariva finora (di questo scultore e architetto sta per uscire la monografia di Mara Visonà e Sandro Bellesi, presso Polistampa, Firenze 2008), forse usufruendo di un sussidio che la comunità di prato elargiva a giovani pratesi (ciò andrà verificato nei documenti), il Pieri, nel 1737, alla morte dell’ultimo granduca Giangastone, che provocò un pesante clima di recessione, anche artisitica, prese la strada della corte di Napoli, dove regnava quel Carlo di Borbone che aveva avuto la possibilità di conoscere il sistema mediceo delle arti per essere stato designato quale erede della dinastia granducale. Il legame fra le due corti favorì l’esodo di artisti dalla capitale del granducato a napoli, dove gli artisti fiorentini erano apprezzati e dove raggiunsero ruoli di rilievo.
Là il Pieri ebbe l’incarico di direttore dell’Arazzeria istituita dal re e quello di “Ceriarius Fictor”, come egli stesso si qualificò nel 1759 sul retro del busto della Madonna Addolorata (collezione privata), una variante della drammatica immagine, pervasa da un pathos classico, che il Pieri eseguì per il monastero di San Francesco degli Scarioni (1764), ora segnalata in sagrastia (fondamentale su questo argomento è lo studio di Aldo Petri, pubblicato a cura della Cassa di Risparmi e Depositi di Prato, Leonardo Scarioni e il monastero di San Francesco in Napoli, Prato, 1975. Il busto della Vergine fu pubblicato per la prima volta nel volume di Teodoro Fittipaldi, Scultura napoletana del Settecento, 1980, pp. 133-134, tav. XIII).
Questa istituzione era legata profondamente alla storia di Prato, essendo stata fondata nel Settecento dal pratese Leonardo Scarioni per accogliere le suore per nascita pratesi, fra cui c’era anche una sorella dello scultore. Fonte primaria per questi interessanti argomenti è rappresentata dal canonico Giovanni Battista Casotti, che scriveva nel 1722 su questa fondazione, che i colti concittadini non hanno dimenticato.
Nella città di origine, nel chiostro del convento di San Domenico, è conservato il ritratto del canonico Domenico Bartolozzi, scolpito da Giovacchino Fortini su “bozzetto” del nostro Pieri (1719-1720) (si veda G. Badiani, op. cit., 1988, p. 53) e di cui il Gaburri, il noto erudito e collezionista fiorentino, autore delle vite degli artisti, sottolinea il suo talento nell’eseguire ritratti.
Le medaglir in bronzo del Pieri sono custodite, per fortuna, in una importante collezione privata pratese, mentre a Firenze, nel Museo Bardini, è conservata una Sacra Famiglia e un Angelo, un bassorilievo in cera di fine qualità. Una scelta delle opere dello scultore, custodite nella Galleria di Capodimonte e nel Museo Nazionale di San Martino a Napoli, è stata esposta alla mostra tenuta nella città partenopea Civiltà del‘700 a Napoli. 1734 - 1799, catalogo della mostra (Napoli), Firenze, 1980, 2 voll., I, nn. 529-531, schede curate da Alvar Gonzales Palacios, pioniere con il Fittipaldi degli studi sull’opera del Pieri. Per un profilo, al momento il più completo, della figura del Pieri si rimanda allo studio citato di Gabriele Badiani e Mara Visonà, che ha in preparazione la monografia della scultore pratese, meritevole di un’attenzione particolare volta a ricostruire la sua opera e la sua personalità nel quadro del Settecento italiano.
Nel rilievo in cera, raffigurante La Santissima Trinità, l’artista aderisce alle tecniche e ai movimenti che caratterizzano la magnifica fioritura della scultura napoletana del Settecento: l’opera richiama la fattura sottile delle sue medaglie, esaltata dal rilievo graduato in cui la fluidità della materia concorre a stabilire fra le figure degli angeli giovanetti e il Cristo morto una relazione di affettuosità e di pietà concentrate gioiosamente nei cherubini interpretati nei modi di uno dei massimi scultori attivi nella magnifica Napoli, Giuseppe Sanmartino. tale temperie espressiva prende vita dalla fusione fra la sicurazza disegnativa precipua della scuola fiorentina frequentata dal Pieri, trasmessa alla composizione, oltre che dalle singole figure del Cristo e degli angeli e la levità piena di brio di cui si animano l’umoresca figura di Dio Padre e la faccine degli angeli.

Mara Visonà