ADAMO TADOLINI
Bologna, 1788 - Roma, 1868
Ritratto della contessa Elisabetta Demidova, nata Stroganova

marmo statuario di Carrara

h. totale cm 42,5
firmato: A. TADOLINI F.
proveninenza:
collezione Sapegno



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Si tratta di due busti in marmo raffiguranti il conte Nicola Demidov [vedi opera precedente] (Chirkovitsy, Governatorato di San Pietroburgo, 9 novembre 1773 - Firenze, 22 aprile 1828), appartenente ad una delle famiglie più ricche del Caucaso ed esempio indiscusso del più alto mecenatismo e collezionismo in Italia degli inizi dell’Ottocento e di sua moglie, la baronessa Elisabetta Stroganova (San Pietroburgo, 3 febbraio 1779 - Parigi, 27 marzo 1818), figlia minore del Consigliere Segreto di Stato presso Alessandro I, Aleksandr Nikolaevich Stroganov, nonché esponente della più alta aristocrazia pietroburghese.
Fondatore delle fortune dei Demidov fu Nikita Demidov, nato intorno al 1665, il quale aveva creato il suo patrimonio sulla lavorazione dei metalli e la fabbricazione delle armi sotto il regno dello zar Pietro il Grande. Suo nipote, che portò il nome del nonno, visitò a lungo l’Europa e da lui presero inizio le collezioni dei Demidov. Fu lui il primo della famiglia a recarsi in Italia nel 1772, stabilendosi per un breve periodo a Roma, dove risedette a Palazzo Ruspoli. Suo figlio Nicola – di cui il busto presente – sposato con Elisabetta Stroganova, nel 1824 venne inviato a Firenze, con l’intera famiglia, come ambasciatore russo presso la corte del Granduca di Toscana. Qui egli affittò il Palazzo dei conti Serristori ai Renai, dove sistemò la sua collezione di opere d’arte moderna e contemporanea, in parte ereditata dal padre e per il resto da lui stesso arricchita fino alla sua morte. Nel 1825 il conte Nicola acquistò la tenuta di San Donato, già villa dei Medici in Pratolino, che fece ricostruire, a partire dal 1827, dall’architetto senese Giambattista Silvestri. La proprietà venne in seguito ceduta dai Demidov nel 1880. Il conte Nicola Demidov fu grande benefattore della città di Firenze, la quale ancora lo ricorda grazie ad un monumento, opera di Lorenzo Bartolini, che il figlio Anatolio fece erigere in memoria del padre nella piazza che prende il nome dalla famiglia.
È certo che il Demidov abbia conosciuto lo scultore Adamo Tadolini a Roma, perché costui lo cita, nel 1822, come probabile acquirente del suo gruppo Ganimede che dà da bere a Giove in forma di Aquila ed, inoltre, lo menziona, in precedenza, a proposito di quaranta busti della famiglia Demidov da costui commissionatigli, oltre a due dello zar di Russia Nicola I: «Dei suddetti quaranta ritratti Demidov ne collocò uno per ogni sua casa. I due ritratti dell’imperatore furono pagati 100 luigi o scudi 440; quindici luigi ognuno dei 40 ritratti la metà più piccoli del vero». Non solo, ma lo stesso Tadolini annota inoltre le circostanze in cui si trovò a ritrarlo: «L’ho fatto io [mezza figura dipinta di Nicola Demidov] nella circostanza che ebbi l’ordinazione del suo busto in marmo in quarantaquattro copie. Lo modellai in creta in tre sedute; ma non ne era troppo contento, perché dovetti ritrarlo quando egli già si era levata la dentiera, come soleva fare allorché ritornava in casa, perlocché la bocca era alquanto cascante, mentre poi colla dentiera ritornava al suo stato naturale. Un giorno che mi chiamò a palazzo, e stava seduto nel letto, pesando dei brillanti, dei quali aveva ripiene due cassettine, era così attento in quella operazione che neppure mi disse che cosa io desiderava; allora presi quel momento che aveva la dentiera, e ne feci col lapis due segni;…abbozzai il ritratto, e…lo dipingeva».
Il ritratto del conte Nicola Demidov lo mostra a mezzo busto, il collo sottile, il volto di nobili fattezze e dalle sembianze amabili, dominato da un naso ben definito e contornato da chiome di capelli che cadono in morbide ciocche sulla fronte e sulle tempie. Pur interpretando assai fedelmente la fisionomia dell’effigiato, al ritratto va tuttavia riconosciuto un carattere rappresentativo in senso antico. Proprio grazie a questo connubio ben riuscito tra resa naturalistica dei tratti fisiognomici e riferimento al tipo ideale, all’antica, esemplato sulla ritrattistica di età imperiale, esso si colloca nella più ampia tradizione canoviana.
Elisabetta Stroganova all’età di quattordici anni andò in sposa al ventenne Nicola, il quale, grazie alla posizione della moglie, ebbe modo di entrare a far parte dell’élite nobiliare pietroburghese. La vita coniugale non fu felice, i contemporanei narrano quanto Nicola fosse freddo nei riguardi della moglie; l’incompatibilità dei caratteri e i gusti molto differenti fecero sì che fossero sempre più estranei l’uno all’altra. All’estroversa, mondanissima Elisabetta era difficile sopportare il carattere chiuso, riservato del marito. Dall’unione nacquero due figli, Paolo e Anatolio; nel 1812, dopo la nascita di Anatolio, tra i due ci fu la rottura definitiva, quindi Elisabetta si stabilì permanentemente a Parigi mentre Nicola con i figli a Firenze.
Il busto ritratto di Elisabetta Stroganova la raffigura con indosso un abito dalla foggia semplice con una scollatura rotonda che esalta il decolleté, impreziosita da un bordino. I capelli raccolti in alto e fermati dietro da un pettine le incorniciano con morbidi boccoli il volto dalle guance piene e i languidi occhi rivolti in sù.
Il catalogo dell’asta Sotheby’s di Villa Demidov del 1969 elenca in tutto undici busti di Nicola ed Elisabetta Demidov realizzati dal Tadolini, e i nostri potrebbero corrispondere a due dei busti nominati nel catalogo, firmati per esteso, i quali hanno la medesima altezza e zoccoli in marmo bianco e nero. è noto un altro busto di Elisabetta di dimensioni maggiori, con un abito di foggia uguale ma più elaborato e una collana con un medaglione-ritratto del conte Nicola.
Una datazione è possibile sulla base di un busto simile che ritrae Nicola, ma di altezza differente, firmato dal Tadolini con il monogramma e datato intorno al 1827, anche se si ritiene che la maggior parte dei busti del conte siano opere postume, eseguite dal Tadolini su commissione del principe Anatolio.
Adamo Tadolini, capostipite della dinastia di celeberrimi scultori, nacque a Bologna nel 1788, dove frequentò l’Accademia di Belle Arti sotto la direzione dello scultore Giacomo De Maria. Qui si dedicò agli studi della statuaria antica e delle proporzioni classiche, e alla creazione di opere basate su modelli della statuaria greca. Nel 1814 si trasferì, grazie ad una borsa di studio, a Roma, dove venne assunto nello studio di Antonio Canova, divenendo prima suo «scolaro prediletto» – così come lo definisce Adolfo Venturi – e poi collaboratore. Tadolini si dimostrò, fin da subito, all’altezza di qualsiasi incarico, perché tecnicamente abile, competente nel trattare i materiali e veloce nell’esecuzione. Su incarico di Canova egli eseguì diverse copie delle opere del maestro, tra cui il gruppo famoso di Amore e Psiche, oggi a Villa Carlotta sul lago di Como, e realizzò il modello per la statua colossale raffigurante La Religione, che il maestro intendeva donare a papa Pio VII per la Basilica di San Pietro. Grazie all’ausilio del Canova, egli riuscì a prendere in affitto, a partire dal 1818, un proprio studio, al numero civico 150/b di via del Babuino, l’attuale Museo-atelier Canova-Tadolini. In esso operarono ben quattro generazioni di scultori (Adamo, il figlio Scipione, il figlio di costui Giulio, ed infine Enrico, figlio di Giulio), a partire dal 1818 fino alla sua chiusura nel 1967. Seguendo il gusto canoviano, Adamo Tadolini realizzò, tra il 1830 e il 1840, numerosi monumenti funebri per diverse chiese romane, una statua di San Paolo, collocata ai piedi della scalinata di San Pietro, il San Francesco di Sales per la Basilica Vaticana e un San Marino per la Repubblica di San Marino. Importanti collezionisti dell’epoca, tra cui i Demidov, commissionarono al Tadolini diversi ritratti, nei quali si ritrovano i canoni cari al neoclassicismo – così come evidente anche nei nostri ritratti. Va ricordato, infine, che nel 1850 il Tadolini vinse il concorso per la realizzazione della statua equestre del liberatore dell’America spagnola Simon Bolivar a Lima, ancora oggi uno dei monumenti più suggestivi della capitale peruviana.

Bibliografia comparativa:
TULLIO DANDOLO, Panorama di Firenze. L’esposizione del 1861 e la Villa Demidoff a San Donato: mosaico storico e artistico, Milano 1863; CESARE DA PRATO, Firenze ai Demidoff, Firenze 1886 (1877); ADOLFO VENTURI, Italia artistica e letteraria, Roma 1893-94, p. 113; GIULIO TADOLINI (a cura di), Ricordi autobiografici di Adamo Tadolini, scultore, vissuto dal 1788 al 1868, Roma 1900, pp. 169-171; GUSTAVO BRIGANTE COLONNA, Roma neoclassica, Firenze 1927; Sotheby’s, Catalogo dell’Arredamento della Villa Demidoff a Pratolino, presso Firenze, Venduto per Ordine di S.A.R. Il Principe Paolo di Jugoslavia, Firenze 21-24 aprile1969; FABIA BORRONI SALVADORI, I Demidoff collezionisti a Firenze, “Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa”, Classe di Lettere e Filosofia, s. III, vol.IX, 1981, 3, pp. 937 - 1003; TAMARA FELICITAS HUFSCHMIDT, Tadolini: Adamo, Scipione, Giulio, Enrico. Quattro generazioni di scultori a Roma nei secoli XIX e XX, Roma 1996; LUCIA TONINI, I Demidoff a Firenze e in Toscana, Firenze 1996; ALFONSO PANZETTA, Nuovo dizionario degli scultori italiani dell’Ottocento e del primo Novecento, 2 voll., Torino 2003, II, p. 900; AA. VV., Maestà di Roma. Da Napoleone all’Unità d’Italia, catalogo della mostra, Roma 2003.